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03-14 Maggio 2011

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RELAZIONE SULLO STATO DEI PROGETTI

Fabiola e Lino sono stati i due compagni di questo viaggio con cui ho condiviso le emozioni, le fatiche e le soddisfazioni di questo mio ventunesimo viaggio a Calcutta.

Lino è oramai un veterano, compagno di tante altre “missioni” mentre Fabiola è la “recluta” che, con tutte le incertezze e le perplessità che la condivisione di un’esperienza forte, stancante e stressante, comporta, rappresentava per me un punto interrogativo, si è dimostrata alla prova dei fatti una splendida compagna di viaggio.

La partenza da Malpensa il 3 maggio, l’arrivo a Calcutta, dopo un breve scalo a Dubai, la mattina successiva, la sistemazione a Monica House, l’incontro con Teresa, la visita all’amico Jeed per il cambio della valuta, tutto oramai come da copione, un copione che si ripete pressochè identico tutte le volte. La mattina successiva, giovedì 5 maggio siamo all’aeroporto di buon’ora perché abbiamo prenotato il primo volo per Guwahati della Jet Airways.

Volo in perfetto orario ed arrivo altrettanto puntuale ma, una volta usciti dall’aeroporto nessuno ad attenderci cosa che non è mai accaduta prima in questi anni. Eppure sono sicuro di avere avvisato tramite una e-mail con un abbondante anticipo Sister Maria, la superiora regionale delle Missionaries of Christ Jesus, dell’orario del nostro arrivo e del programma relativo a tutti i nostri spostamenti in questi giorni.

Tutte le ipotesi sono potenzialmente valide: dall’errore nella comunicazione dell’orario o addirittura del giorno di arrivo (che però al momento non mi è possibile verificare), all’interruzione della strada per qualche possibile incidente, al traffico, sino ad arrivare a paventare un possibile sinistro occorso ai nostri amici (non dimentichiamo che l’autista è il “pazzo” Relan). E’ da un po’ che siamo seduti sul marciapiede all’esterno dell’aeroporto e naturalmente abbiamo attirato l’attenzione di parecchia gente, in primis degli autisti che offrono i loro servizi ai turisti.

Uno di questi, un ragazzo dai tipici lineamenti assamesi, ci chiede se vogliamo essere portati da qualche parte. Gli rispondo che siamo in attesa di nostri amici che probabilmente hanno avuto un contrattempo.

Il problema è che qui in Assam, come pure in Meghalaya, i nostri telefoni cellulari non funzionano e così ci risulta impossibile contattare la Casa madre di Shillong per avere chiarimenti su questo ritardo inspiegabile. Il nostro imbarazzo non sfugge al ragazzo di prima che mi offre il suo cellulare per chiamare le suore.

Risponde Sister Aida, ex superiora generale dell’Ordine, ora superiora della casa di Shillong, che mi rassicura sul fatto che la data concordata era quella giusta ma neppure lei sa spiegarsi la ragione di un tale ritardo, però, stranamente, non mi sembra affatto preoccupata.

Passano altre due ore e, quando oramai incominciamo a prendere seriamente in considerazione di noleggiare una macchina e di recarci con i nostri mezzi a Shillong, arriva Sister Maria con il mitico Relan. Accident? Chiedo io. No! Traffic jam (ingorgo di traffico) risponde lei. Da Shillong a qui hanno impiegato più di otto ore (ma il giorno precedente per lo stesso tragitto si sono impiegate, mi dice, anche sedici ore). Tutta colpa dei lavori e del traffico veramente infernale.

Ma non partiamo subito perchè dobbiamo dare un passaggio ad un Gesuita, Padre Jerry, che si tratterrà qualche giorno dalle Suore per tenere prediche e lezioni alle novizie delle varie case.

Il programma di questo ennesimo viaggio era stato da me accuratamente predisposto per potere sfruttare tutti i ritagli di tempo in modo da potere concentrare in dieci giorni tutti gli incontri, le visite ed i sopralluoghi che avevamo ritenuto necessari.

Ma, si sa, l’uomo propone e... la Suora dispone. Non si va a Shillong come previsto ma si inverte il giro, partendo da Tura per proseguire per Maweit e quindi finire con Shillong. Accettiamo il cambiamento e, stringendoci un pochino per fare spazio allo spassoso Padre Jerry, partiamo alla volta di Tura, nelle East Garo Hills. La prima sosta è quindi a Mendal per incontrare Sister Rebecca che ci illustrerà il bel progetto di educazione sanitaria che la nostra Associazione si è impegnata a sostenere.

Il cambiamento di programma però crea qualche problema. Avevo portato alcune copie del volume “INDIA Illustrated health book” del Dottor Aldo Lo Curto, che lo stesso mi aveva donato prima di partire e che sicuramente sarebbero risultati preziosi nella realizzazione di questo progetto grazie alla chiarezza, alla schematicità dell’esposizione dei vari argomenti ed alla ricchezza di tavole illustrative.
Neppure a farlo apposta la valigia con le copie era quella caricata per prima e quindi Relan è costretto a scaricare tutti i bagagli per arrivare alla mia borsa.

Davanti all’immancabile tazza di tè e di una invitante torta “home made” Sister Rebecca ci illustra i due progetti per i quali ha chiesto la sponsorizzazione da parte di Kal.

Il primo riguarda otto bambine che frequentano la scuola e sono accolte nel boarding di Mendal. Sono tutte provenienti da famiglie poverissime ma che hanno capito l’importanza che riveste l’istruzione per il futuro delle loro figlie. Il boarding di Mendal non riesce a fare quadrare il bilancio sia a causa di queste bambine ospitate a titolo assolutamente gratuito, sia perché essendo Mendal in una zona estremamente povera, anche se alle altre bambine viene richiesto il pagamento di una minima retta, questa è insufficiente a coprire le spese della gestione di questa struttura.

La richiesta di Sister Rebecca è quindi quella di accollarci le spese per il mantenimento di queste bambine. L’altro, ben più impegnativo progetto, riguarda la formazione sanitaria di una quarantina di persone, una circa per ognuno dei quarantaquattro villaggi interessati da questo piano.

La zona attorno a Mendal è, come si diceva prima, una zona estremamente povera e depressa, flagellata dalla malaria e dalla tubercolosi e priva del benché minimo presidio sanitario se si eccettua il dispensario di Mendal. Per una persona ammalata o ferita può risultare estremamente disagevole e rischioso il trasporto dal villaggio di origine al dispensario di Mendal e così con questo progetto si è pensato di istruire con le norme basilari di pronto soccorso, di terapia medica, di ostetricia, una quarantina di ragazze, scelte dai rispettivi capo-villaggio, che seguiranno, a gruppi, uno stage presso il dispensario di Mendal per acquisire le diverse conoscenze ed abilità. Una volta terminato questo “corso”, verrà fornito ad ognuna di loro un kit di pronto soccorso ed una dotazione di farmaci cosicché, tornate ai loro villaggi possano costituire un punto di riferimento per le popolazioni locali ed intraprendere un’azione di cura e di vigilanza sanitaria. Riceveranno per questo lavoro una paga mensile di mille rupie (circa diciassette euro).

E’ un progetto molto bello, che ci era già stato presentato alcuni anni fa da Sister Usha, all’epoca responsabile del dispensario di Mendal, ma tutto era caduto nel vuoto a causa del cancro che aveva colpito e messo “fuori gioco” la giovane suora che ancora oggi lotta coraggiosamente con la malattia. Sister Rebecca, una volta insediatasi alla direzione di questa casa, non ha fatto altro che riprenderlo in considerazione e riproporlo. Il costo totale di questo progetto si aggira sui 10.000,00 euro all’anno. Riferiremo al nostro ritorno agli altri componenti del Consiglio direttivo di Kal, ma l’appoggio mi sembra scontato.

Oramai è buio pesto e ci aspettano ancora un paio d’ore di viaggio su una strada che, iniziata la montagna, non è delle migliori. Raggiungiamo Tura verso le ventuno e ad accoglierci ci sono come al solito, il caldo sorriso e le affettuose premure di Sister Guadalupe. Il programma per l’indomani prevede al mattino la visita al lebbrosario ed al pomeriggio quella alla scuola di Balamagre.

E’ verso le nove che saliamo con Sister Guadalupe sull’auto di Relan e raggiungiamo la Leper Colony dove siamo accolti con l’affetto di sempre da queste persone alle quali la lebbra ha tolto praticamente tutto ma non è riuscita a togliere il sorriso.

A questo punto, sono le dieci circa del mattino, ci aspettiamo di tornare alla Casa madre di Tura ma ci viene comunicato un cambiamento di programma: si va subito alla scuola di Balamagre perché dopo pranzo si partirà alla volta di Sonapahar da dove l’indomani raggiungeremo Maweit. A Sonapahar Padre Jerry ci lascerà per proseguire alla volta di Shillong. Pur non comprendendo questa accelerazione inspiegabile data al nostro programma accettiamo il cambiamento e raggiungiamo Balamagre dove ci aspetta la responsabile della scuola Sister Jane.

Oggi è giorno di esami e tutti i bambini ci attendono all’ultimo piano, nell’aula magna, per il loro saluto di benvenuto, dopo il quale, nel massimo silenzio ed ordine raggiungono le rispettive aule per sostenere le prove. Dopo una rapida visita alla scuola ci rechiamo a visitare l’edificio accanto, ancora in costruzione, che ospiterà il nuovo centro professionale. Di fatto lo ospita già in quanto, terminato il piano terreno, sono stati spostati qui i looms (i telai) e tutto il laboratorio di sartoria che prima era ospitato nei locali fatiscenti e bui accanto alla vecchia scuola. Sono al lavoro una decina di ragazze impegnate a tessere le tele classiche di questi luoghi sui telai a mano mentre alcune stanno tagliando le stoffe che altre cuciranno a macchina.

E’ questo il progetto del quale dovremo discutere con Sister Jane. La struttura ultimata prevede un piano terreno (quello oramai praticamente ultimato ed in parte utilizzato) ed un primo piano. Questo edificio verrà collegato a quello che ospita la scuola da un ponte che permetterà agli studenti di passare direttamente da una struttura all’altra. Sotto questo passaggio, nello spazio fra i due edifici verranno realizzati i bagni.

Il costo per ultimare l’intera opera si aggira attorno ai 73.000,00 € . Il creare una scuola professionale in quest’area in cui l’unica alternativa valida allo studio (classico o lavorativo) è il lavoro nella foresta, la raccolta della legna, degli anacardi oppure un’agricoltura primitiva di pura sopravvivenza, rappresenta un’opportunità eccezionale per tutti quei ragazzi o ragazze che non hanno le capacità o i mezzi per affrontare la scuola classica. In questa struttura verranno realizzati corsi e laboratori di sartoria, meccanica, cucina, e tanti altri che offriranno a questi ragazzi la possibilità di uscire e di offrirsi al mondo del lavoro con una solida preparazione nel campo specifico scelto.

E’ senz’altro un progetto molto impegnativo per noi dal punto di vista economico specie in un periodo come questo in cui la crisi economica si fa sentire pesantemente, ma spalmando l’intervento su un periodo di due-tre anni credo che tutto ciò sia realizzabile ed il più bel sogno sarebbe proprio quello di vedere la “nostra” scuola alla cui costruzione abbiamo dedicato gli sforzi del passato, affiancata al “nostro” centro professionale alla cui realizzazione dedicheremo le energie del prossimo futuro (dove quel “nostro” non esprime certo un concetto di proprietà ma di gioiosa ed orgogliosa paternità). Ora dovremo fare i conti per vedere quando, quanto e come intervenire. Con Sister Jane, che per me rimane una delle persone più affidabili che io abbia conosciuto per correttezza, sincerità, chiarezza ed onestà, rimaniamo d’accordo che ad ogni “rata” che noi invieremo, corrisponderà la realizzazione immediata di una parte del progetto che ci verrà documentata dettagliatamente. E’ un po’ la politica dei “piccoli passi” e dove c’è alla base la parola “piccolo” si sa che nascono generalmente le cose grandi.

E’ un augurio e una speranza. Una telefonata giunta dalla Casa madre interrompe il nostro colloquio. Si ritorna tutti a Tura perché alle quindici si deve partire per...Shillong! Il programma è stato nuovamente rivoluzionato (oppure era già ben chiaro e ci viene comunicato a pezzetti...). Pensare di partire alle tre del pomeriggio da Tura per arrivare a Shillong (che è nell’estremo est del Meghalaya mentre Tura è nell’estremo ovest) è pura follia. E perchè poi Shillong se dobbiamo andare a Maweit (che è nel centro del Meghalaya?). E’ come se per andare da Milano a Roma si andasse prima a Reggio Calabria per tornare poi nella capitale. C’è qualcosa che non quadra e che nella mia mente inizia a farsi spazio a gomitate sempre più violente. Indago. Padre Jerry deve essere a Shillong per domani mattina e la via di Sonapahar, naturale per noi che dobbiamo raggiungere Maweit, risulta troppo gravosa per lui. Quindi “graviamoci” noi. Ora iniziano a svanire molte nebbie ed anche il ritardo nel venirci a prendere all’aeroporto (l’aereo con il quale era arrivato Padre Jerry era atterrato un paio d’ore dopo il nostro) acquista un suo significato. Personalmente la cosa mi dà molto fastidio ma, per dirlo con la mitica Teresa....”va bene così”. Avere riunito le due visite sicuramente ha ridotto alle suore fatiche e spese: guardiamolo da questo punto di vista. E così...partenza alle quindici precise, sosta come da copione per un tè a Mendal e poi via! A tutta velocità sulla trafficatissima strada assamese alla volta di Guwahati che raggiungiamo, a causa del traffico intenso, verso le ventidue. Ora inizia il tratto più “duro” quello che, curva dopo curva, ci porterà alla meta di Shillong. All’inizio è una superstrada a doppia corsia per senso di marcia ma questo, che potrebbe rappresentare un vantaggio, in realtà costituisce un rischio aggiuntivo sia per la maggiore velocità sia per l’abitudine molto in uso da queste parti che se c’è un intoppo o una coda od un qualsiasi rallentamento su una carreggiata, si passa allegramente contromano sull’altra... e questo viene fatto sia dalle automobili che dai truck, i mastodontici autotreni “tamarri” tutti dipinti ed illuminati da centinaia di luci multicolori. Abbiamo lasciato Guwahati da poco più di mezz’ora quando una lieve sbandata, peraltro immediatamente contenuta da Relan, ed un’inconfondibile rumore indicano che abbiamo una ruota a terra. Ci mancava solo questa! Ma non è finita. Le disgrazie, si sa, non vengono mai sole. Siamo in piena curva, in un tratto dove, grazie all’interruzione della barriera al centro della strada poco più a monte, ogni tanto qualche pazzo scatenato scende contromano obbligando chi sale a spostarsi rapidamente dalla parte opposta (dove siamo noi...) quindi una tensione continua e...ciliegina sulla torta il cric non funziona nonostante Relan provi con tutti i mezzi di aggiustarlo. E’ passata da un po’ la mezzanotte e non si intravede una soluzione. Anche una pattuglia dell’esercito si ferma ma solo per dirci di fare in fretta perché la posizione è pericolosa: di dare una mano neppure l’accenno. Ad un certo punto Relan e Padre Jerry decidono di andare in cerca di un cric e spariscono nell’oscurità per tornare una mezz’ora più tardi con cric e proprietario del cric (che avrà reputato più sicuro seguire il suo attrezzo per essere certo della restituzione). In un attimo la ruota è sostituita e, ringraziato il samaritano, ripartiamo alla volta di Shillong. Relan però è inquieto; non accetta di viaggiare senza pneumatico di scorta: cerca un gommista. Alle due di notte, come è noto, è facilissimo trovare gommisti aperti. Una brusca frenata indica invece che l’obiettivo è raggiunto. A margine di una vasta piazzola di sosta alcuni copertoni accatastati fuori da una baracca indicano la bottega del gommista. Dalla baracca (un buco di poco più di due metri per due) sporge la testa di un ragazzo che sta dormendo su una panca di legno accanto alla giovane moglie. Relan si avvicina e, chiaramente, lo sveglia. Quello, senza fare una piega si alza, si stropiccia gli occhi ed...inizia a riparare il pneumatico. Finito il lavoro (eseguito con mezzi rudimentali in una quindicina di minuti) si paga il conto: sessanta rupie! (un euro) un sorriso di ringraziamento e raggiunge la moglie sulla panca. Ricapitolando: due di notte – sonno profondo in famiglia – sveglia improvvisa – lavoro – sessanta rupie di guadagno – un sorriso di ringraziamento. Anche questa è l’India. Relan appare più rilassato e, senza altri intoppi alle quattro del mattino raggiungiamo Shillong. La mattinata è libera e ne approfittiamo per visitare il Museo Don Bosco che sempre mi affascina per l’enorme mole di materiale raccolto negli anni dai missionari presso le varie tribù dei differenti stati del nord-est India che testimoniano di culture oramai scomparse o in grave pericolo di estinzione. Alle due del pomeriggio, dopo il pranzo, si parte alla volta di Maweit che raggiungiamo in serata. La strada, specie quei famigerati trentasette ultimi chilometri da Nongstoin a Maweit, è molto più in ordine della volta passata, sono stati realizzati altri tratti d’asfalto e così il viaggio risulta molto meno stancante e soprattutto, più breve. L’indomani mattina dopo la colazione andiamo a visitare il cantiere del boarding e qui iniziano le belle sorprese. E’ con noi anche il “contractor”, l’impresario che ha appaltato il lavoro e che si è dimostrato molto più serio e competente, o semplicemente più onesto, di quello che ha realizzato il dispensario. La struttura è oramai ultimata cosicché anche con l’arrivo della stagione monsonica si potrà continuare a lavorare ed ultimare l’opera. Un breve giro per il cantiere non fa altro che rafforzare l’idea che qui si sia lavorato bene, seriamente ed onestamente. Faccio azzardare una data per la quale il boarding potrebbe essere inaugurato (un’inaugurazione, vera, non di facciata come avvenuto per il dispensario) e questa viene indicata per il prossimo ottobre. La visita al dispensario non svela grosse novità a parte le cattive condizioni dell’intonaco e di alcuni serramenti però mi consente di affrontare con Sister Maria il discorso del futuro di questa struttura. Mi conferma quello che già mi aveva comunicato per lettera e cioè che quando le ragazze lasceranno i locali del dispensario per trasferirsi nel nuovo boarding, il dispensario incomincerà a funzionare a pieno regime e secondo gli accordi presi con la precedente superiora Sister Sarah. Ora è difficile pensare che una Suora pur brava ed appassionata del proprio lavoro come Sister Hellen, l’attuale ottantenne responsabile del dispensario, possa dirigere e “star dietro” oltre che all’attività puramente medica ed ostetrica del dispensario, anche a tutte le altre attività che erano state progettate e promesso si sarebbero svolte nel nuovo dispensario e che tanta parte avevano avuto nell’entusiasmarci e nel decidere di appoggiare questo progetto. Per potere veramente realizzare tutto quanto programmato è oramai più che chiaro a tutti noi che abbiamo potuto toccare con mano questa realtà che a dirigerlo serve un’altra persona. Non conosco le disponibilità in termine di risorse umane delle Missionaries of Christ Jesus, questo è un compito ed una responsabilità che spetta all’attuale superiora Sister Maria. Un aiuto però ci sentiamo di darlo esponendo a Sister Maria un’idea che mi era venuta sin dall’ultimo viaggio di verifica quando avevo iniziato a capire che il “progetto dispensario” era finito su un binario morto. Si tratta di “sponsorizzare” ogni anno un paio di ragazze che, terminata la classe decima, vogliano proseguire gli studi, chiaramente di infermieristica, fornendo loro un completo sostegno economico per terminare questi studi. In cambio le ragazze dovranno impegnarsi, una volta terminati gli studi, a lavorare per un periodo di almeno due anni presso il dispensario di Maweit, naturalmente lo stipendio che riceveranno sarà superiore a quelli offerti dal mercato per poterle invogliare a tale scelta e rientrerà nel “pacchetto dispensario” offerto dalla nostra associazione. Credo che avere persone giovani, aggiornate e motivate a condurre l’attività di questo moderno dispensario possa essere la chiave per risolvere il problema. L’idea è accolta con tanto entusiasmo da Sister Maria da farmi firmare un documento in cui si sintetizza tale progetto che sottoporranno all’autorità scolastica locale. Con questa speranza e con la soddisfazione per come procedono i lavori del boarding lasciamo Maweit alla volta di Shillong non dopo essere andati a fare la consueta visita al parroco del villaggio che è in partenza per gli Stati Uniti (Wisconsin) dove è stato trasferito dai suoi superiori (ma come farà una persona nata e vissuta in questa fantastica giungla ad adattarsi ai ritmi ed agli stili di vita americani?). All’arrivo a Shillong ci fermiamo a prenotare l’auto per andare domani all’aeroporto di Guwahati (la macchina delle suore non è disponibile). Sarà un grosso fuoristrada per permetterci un viaggio confortevole, dice Sister Maria, presentandoci la ricevuta del pagamento effettuato (per riceverne il rimborso) ed accettiamo con riconoscenza questa premura perché dopo tanti giorni di viaggi in condizioni disagevoli un bel viaggio comodo ci sta bene. L’indomani il nostro volo per Bagdogra è alle 13,30 ma, per evitare un ritardo dovuto al tanto temuto traffic jam, sarà meglio partire presto. Alle cinque precise l’autista passerà a prenderci. L’indomani mattina, dopo una rapida colazione siamo tutti nel piazzale della casa con i nostri bagagli quando iniziano ad accumularsi, accanto alle nostre valige altre borse, scatoloni, fagotti, cesti, sacchi e zaini ed iniziano a comparire un bel po’ di novizie e... il fatidico Padre Jerry. Dopo un po’ arriva anche sister Maria che, candidamente (o se vogliamo usare il termine giusto spudoratamente) ci informa che Padre Jerry con le novizie verrà con noi, scenderanno lungo il tragitto. E così sfuma il sogno del viaggio confortevole. Davanti, oltre all’autista prendo posto io (con la leva del cambio fra le gambe) ed accanto a me una ragazza che, soffrendo il mal d’auto deve stare vicino al finestrino. Sul sedile posteriore si siedono Lino, Fabiola Padre Jerry ed un’altra novizia e dietro ancora, mescolate alle valige ed ai vari bagagli altre quattro giovani. Totale dieci persone, oltre all’autista: roba da guinness. Salutate le suore partiamo per un viaggio che tutto sommato non presenta grossi intralci a parte qualche vomitata delle novizie dell’ultima fila (la mia, che era la più a rischio riesce a concludere il tragitto senza problemi). Arrivati, nei pressi di Guwahati alla stazione degli autobus che partono per il nord-est scarichiamo la ragazza che era seduta vicino a me che con il suo fagotto prenderà il pullman per l’Arunachal Pradesh dove queste suore hanno una scuola e poco dopo, nei pressi della città universitaria ci lasciano anche Padre Jerry e le altre cinque ragazze. Ora ci dirigiamo spediti verso l’aeroporto dove arriviamo alle otto con ben cinque ore di anticipo (ma la mia filosofia dice che è meglio arrivare con un giorno d’anticipo piuttosto che con un minuto di ritardo). Dopo cinquanta minuti di volo siamo a Bagdogra dove troviamo ad accoglierci all’aeroporto, in perfetto orario Sister Annfrancesca con Ciacciù, la mia “figlioccia” che ci accoglie con grida di gioia. Mi informo subito della situazione politica: va tutto bene, i Gorkha attendono l’esito delle elezioni politiche nel West Bengala per poi comportarsi di conseguenza ma sino a tale data tutto sarà tranquillo. La prima tappa è a Siliguri per vedere come è stata sistemata la nuova casa e per andare a vedere il terreno adiacente che sarebbe interessante potere acquistare per realizzare, con calma nel tempo, varie iniziative. Sister Annfrancesca ci spiega che la situazione qui in pianura è diversa da quella sulle montagne. Qui le famiglie con bambini disabili sono restie a separarsi dai figli. Preferiscono tenerli con loro però accetterebbero sicuramente di poterli affidare a qualcuno durante la giornata, quando i vari componenti della famiglia sono al lavoro. Una scuola per questi bambini dunque sarebbe di estrema utilità. Raki inoltre cresce e come lei crescono anche Shanti, Manisha e le altre che non potendo frequentare la scuola a causa del ritardo mentale possono però imparare un mestiere (ecco lo scopo del telaio che Sister Annfrancesca ha fatto arrivare da un villaggio al confine con il Bangladesh e che Sister Usha sta imparando a far funzionare. Un’altra possibilità sarebbe quindi quella di realizzare, nel vicino terreno, una sorta di piccolo laboratorio dove queste ragazze possano lavorare e, in un futuro, una casa in cui farle vivere autonome pur sotto la sorveglianza della vicina casa. Veramente una montagna di idee. Ci siamo talmente infervorati nel discorso da non accorgerci di essere arrivati a...Maranatha, questo il nome che è stato scelto per questa che d’ora in poi non chiameremo più “la casa di Siliguri”. L’inconfondibile rumore della macchina ha fatto radunare tutti i bimbi davanti alla casa e quando il colpo di clacson dell’autista ufficializza il nostro arrivo il grande cancello azzurro come per incanto si spalanca aprendoci la vista su questo vero e proprio paradiso terrestre. La casa, fantastica, è ultimata e nulla ha a che fare con la vecchia costruzione, il giardino è stato riordinato ed in parte piantumato con alberi da frutto, alcune caprette brucano l’erba di un vicino campetto ed una decina di bimbi ci saluta con grida e battimani. Gioia e serenità ovunque. Solo Mingma e Nikita, chiuse nel “loro” mondo non partecipano della gioia generale. Raju è come sempre il più attivo nel volere fare qualcosa e così si impossessa della mia macchina fotografica ed inizia a scattare (ha un vero e proprio talento per la fotografia). Non c’è la consueta tazza di tè: Sister Usha ci ha preparato un vero e proprio pranzo e dal momento che sono quasi le 15 e siamo digiuni dall’alba, non ci facciamo certo pregare. Terminato il “lunch” andiamo a vedere il campo adiacente che Sister Annfrancesca vorrebbe acquistare. Non vi è che da uscire dal portone, fare qualche metro ed aprire il cancello a fianco. Il terreno è un appezzamento di circa quattromila metri quadri, completamente recintato da un muro di mattoni e chiuso da un cancello di ferro in ottime condizioni. Un semplice varco nel muro di cinta lo potrebbe collegare a Maranatha. Parlando cogliamo le perplessità di Sister Annfrancesca; è combattuta fra una spesa che, oggettivamente, non è indispensabile al momento ed il timore che, persa questa opportunità, un domani ci si possa trovare in difficoltà per la realizzazione dei vari progetti (scuola per i bimbi disabili non residenti, scuola per i bimbi degli slum, dispensario eccetera) che, irrealizzabili ora per mancanza di risorse economiche ed umane, potrebbero esserlo in un futuro più o meno lontano. I terreni in questa zona vanno letteralmente a ruba e sono pochissimi quelli ancora disponibili. Adiacente addirittura c’è solo questo. Valuto un po’ tutta la situazione ed esprimo il mio pensiero a Sister Annfrancesca. Il terreno va assolutamente comperato. Anche se nell’immediato non sarà possibile realizzare alcuna delle opere ipotizzate va comunque acquisito anche a costo di utilizzarlo solo per farvi pascolare delle mucche. E’ una sorta di “investimento” che va fatto per non dovere un domani spendere di più per qualcosa di minor valore. Sister Annfrancesca sembra confortata da questo parere, in fondo mi pare di cogliere che anche lei la pensi così. Ora contatterà altri amici che possano aiutarla nell’acquisto e poi mi farà sapere che cosa deciderà. Salutati tutti lasciamo Maranatha alla volta di Kurseong dove passeremo la notte. A causa delle frane è percorribile una sola strada (e per fortuna non è la famigerata “new road” riservata ai truk) è quella che solitamente prendevamo in discesa. Bisognerà stare attenti agli incroci perché è molto stretta. L’arrivo a Mary’s Sanctuary, la casa di Kurseong, è gioioso come sempre e gli attimi passati con i bambini uno dei momenti più belli dell’intero viaggio. E qui mi aspettano con ansia perché necessita il mio aiuto immediato: Acash e Dona sono ammalati, hanno febbre e tosse e necessitano di una visita medica che, alla faccia della privacy, si svolge nel soggiorno alla presenza di tutti i bambini estremamente incuriositi dalla mia attrezzatura medica. Purtroppo ho portato con me un solo abbassalingua sterile e le gole da vedere sono due. Decido quindi di romperlo in due e di utilizzarne metà per ciascuno. Per l’otoscopio non ho problemi avendo abbondanza di speculi. Inizio le mie visite con gli occhi di tutti puntati su di me. E’soltanto una banale influenza e quindi niente antibiotici ma semplice tachipirina. In un paio di giorni saranno vispi come prima. Sto spiegando a Sister Annfrancesca che cosa debba fare quando mi scappa l’occhio sui bambini che si sono impossessati dei due mezzi abbassalingua che si passano di bocca in bocca tipo lecca-lecca e degli speculi auricolari che usano a mo di trombette. E io che ero stato a dividerlo per ragioni di igiene … Inizia poi il gioco con sfigmomanometro e fonendoscopio. Tutti visitano e tutti sono visitati nell’allegria generale. Anch’io da medico devo diventare paziente e “subisco” la mia visita da parte di Pavitra. Mai il mio Littmann (il fonendoscopio) avrebbe pensato di diventare un fantastico giocattolo! I bambini si aspettano ora il consueto spettacolino di “magie” con il quale li avevo allietati le ultime volte ma purtroppo quest’anno il tempo è stato tiranno e non sono riuscito ad organizzarmi. Ma i bimbi, si sa, non si rassegnano facilmente e così sono loro che preparano per noi un piccolo spettacolo di trucchi con le carte e di “magie”. Pavitra, con le sue manine deformi mescola le carte con l’abilità di un croupier mentre la vulcanica mente di Meena inventa trucchi che ci fanno spanciare dalle risate. Ma oramai sono le diciotto e si sa che questa è l’ora della cena cui seguirà, dopo la parentesi di gioco e musica, la nanna. Il giorno successivo, prima della partenza facciamo una rapida visita alla scuola dove i bambini ci hanno preparato un piccolo spettacolo di canti e recitazione e dove le maestre ci mostrano lo splendido lavoro fatto con questi bimbi di cui vanno giustamente orgogliose. Prima di lasciare Kurseong facciamo ancora una rapida sosta per andare a salutare Padre Abraham, l’anziano Gesuita che è stato sin dall’inizio un valido aiuto ed un saggio consigliere per Sister Annfrancesca e che ha seri problemi di cuore che gli impediscono il benché minimo spostamento (il suo sogno è quello di potere andare a Siliguri a visitare Maranatha ma ubbidisce al diniego posto dai suoi superiori). Scambiamo poche parole di saluto per non affaticarlo e proseguiamo verso la pianura non dopo avere fatto la consueta sosta alla fabbrica di tè Makaibari dove il proprietario ci fa visitare l’impianto di produzione e ci offre una tazza di tè che più originale di così non potrebbe essere. Dopo una veloce sosta a Maranatha arriviamo all’aeroporto giusto in tempo per prendere il volo per Calcutta. La partenza avviene in perfetto orario ma pochi minuti dopo il decollo, quando ancora l’aereo non ha raggiunto la quota di crociera entriamo in una cellula temporalesca (questo è il periodo dei violenti temporali pre-monsonici). Credo che i dieci minuti che seguiranno rimarranno nella memoria di ognuno di noi. L’aereo viene sballottato violentemente dalle turbolenze ed i vuoti d’aria gli fanno compiere delle vere e proprie cadute verticali di parecchi metri. Sembra di essere sulle montagne russe di Gardaland! Molti gridano terrorizzati, altri sono inchiodati al sedile ammutoliti, ma c’è anche chi si diverte: un paio di bambini dietro di noi ridono a crepapelle ad ogni scossone. Ora capisco l’utilità delle cinture di sicurezza senza le quali veramente non sarebbe possibile rimanere seduti. Ad un tratto, non so se per uscire da quest’inferno o per quale altra ragione, il pilota esegue una vera e propria picchiata (che simula molto realisticamente il precipitare...) che però ci porta fuori dalle nubi a rivedere il cielo azzurro. Tutto quindi finisce nel migliore dei modi. L’arrivo a Calcutta nelle prime ore del pomeriggio ci permette di avere un po’ di tempo a disposizione per mostrare a Fabiola questa fantastica città, la vita di questa fantastica città. Il giorno successivo al mattino seguo Teresa al “suo” Kalighat due” dove rimaniamo sino alle 15 quando assieme a Fabiola e Lino ci troviamo al “vero” Kalighat (che è ancora chiuso per lavori di ristrutturazione). Da lì, con l’ambulanza delle suore raggiungeremo la scuola di Loyola per il consueto incontro con i bambini che però è meno gioioso del solito per un semplice motivo. Anche qui, come in Meghalaya i bambini hanno terminato il trimestre ed hanno sostenuto le prove. Noi siamo qui (lo scopro solo ora altrimenti mi sarei fatto venire una colica renale...) per premiare i migliori. Se anche il riconoscimento a chi ha lavorato meglio ed a chi si è impegnato di più è cosa sacrosanta che non metto minimamente in discussione (sono da sempre stato un fiero oppositore del “tutti bravi” e del “sei politico”) però in questo contesto dove dietro a chi non è riuscito ci sono magari storie di miseria e di reale impossibilità a trovare tempo per lo studio, dove il lavoro minorile è un mostro che annienta e divora a questi bambini energie e spazi, tutto diventa relativo, le certezze diventano incertezze e le convinzioni più radicate vacillano. A complicare la situazione ci sono poi gli occhi dei bambini. Sono gli stessi occhi ma come sono diversi! Manca la luce data dal sorriso! L’occhio esprime, specie nel bambino, lo stato d’animo. E’ tutto, per me, terribile, angosciante. Si procede alla premiazione dei tre migliori per ogni classe, per ogni materia. Al primo classificato: una sedia di plastica con braccioli... Al secondo classificato: una sedia di plastica senza braccioli... Al terzo classificato uno sgabello di plastica... Alla consegna di ogni premio segue un applauso da parte dei compagni e delle maestre che suona alle mie orecchie come un lamento, un pianto. Non c’è l’atmosfera gioiosa della distribuzione delle tute o delle scarpe o degli zainetti. Quello era per tutti. Questo è per pochi. Ed anche chi viene premiato non appare felice come dovrebbe esserlo. E questo non per il premio (che a me sinceramente appare assurdo: non si può premiare un bambino con una sedia di plastica, anche se ha i braccioli!) che comunque per gente che non ha nulla rappresenta qualcosa di grande, ma perché, fra questi bambini regna una solidarietà assoluta: la gioia di uno è la gioia di tutti ma la tristezza di uno rende tristi tutti. E qui la maggioranza è triste e quindi non gioisce anche chi dovrebbe. Le uniche che appaiono felici e contente sono le suore e le maestre alle quali viene regalato una trapunta da letto (mica male come regalo con una temperatura che passa i 40 gradi...). Per vedere di risollevare la situazione chiediamo alla superiora se sia possibile fare avere ad ogni bambino almeno un gelato e la nostra richiesta viene accolta e così con poco più di duemila rupie riusciamo a raddrizzare la giornata. Il gelato riporta voci e sorrisi ma, con il gelato finisce tutto ed i bimbi se ne vanno. E così arriviamo al penultimo giorno, venerdì 13 maggio. Oggi è la giornata dedicata alle Suore Ferrandine quindi ci porteremo ad Howrah, la città gemella di Calcutta, sull’altra riva dell’Hogly, a Ichapur dove c’è la Casa madre di queste Suore e da lì, presumibilmente con un taxi, raggiungeremo Bandel per andare a verificare a che punto siano i lavori dell’asilo che stiamo finanziando e, se possibile, a fare un salto al brick field, letteralmente campo dei mattoni, una baraccopoli in cui le Suore stanno cercando di fornire ai bambini un sostegno alimentare, ludico e scolastico: è un bel progetto che, per vari motivi dovrà essere sviluppato con estrema gradualità e cautela, al quale abbiamo dato il nostro preventivo appoggio. Approfittiamo per fermarci a visitare il mercato dei fiori, uno degli angoli più suggestivi e “veri” di Calcutta ma purtroppo l’ora relativamente tarda (sono le otto di mattina) ci priva dello spettacolo del mercato in piena attività: oramai il grosso delle compravendite è stato effettuato e rimane poco da ammirare, a parte lo spettacolo del tempio in riva al fiume con il ghat dove decine di persone si immergono nelle sacre acque del fiume per le loro abluzioni. Sullo sfondo, al di la del fiume la sagoma immensa della stazione di Howrah, seconda al mondo per grandezza. Sister Molly ci accoglie con la consueta cortesia ma ci manifesta subito le sue perplessità per la visita che vogliamo compiere. Verso le 15 verranno resi noti i risultati delle elezioni politiche ed è possibile che si verifichino dei disordini. Di andare al brick field, che è già una zona a rischio in condizioni normali quindi neppure se ne parla, quanto a Bandel bisogna fare in fretta, giusto un’andata e ritorno in modo da potere essere a casa prima della proclamazione dei vincitori. La suora appare veramente molto preoccupata ma la nostra determinazione è superiore e quindi partiamo con un taxi alla volta di Bandel. La gente è già in strada, piccole folle si radunano attorno ai bar che espongono una radio o una televisione. La tensione è alta, percepibile, ma a me pare una tensione gioiosa, da stadio. Arrivati alla Ferrando house la fretta per fortuna ci risparmia lo spettacolo di canti, anche se non possiamo sottrarci a quello del balletto, tutto sommato gradevole per l’impegno profuso dalle bimbe. Rapida visita al cantiere dell’asilo che appare avanzatissimo. Si è raggiunto oramai il tetto del primo piano e quindi la struttura è terminata. Gli accordi però erano diversi. La spesa totale di quest’opera era di circa 65.000,00 € e poiché rappresentava un impegno abbastanza gravoso avevamo deciso, d’accordo con Sister Molly di dividerne la sponsorizzazione in due tranches, nel 2011 avremmo versato la metà della cifra che sarebbe servita a realizzare ed ultimare il piano terreno, consentendo l’ingresso ai primi bambini, poi, nel 2012 con il saldo si sarebbe ultimata la costruzione. Già a fine 2010, avendo avuto un bilancio favorevole, avevamo versato i primi 30.000,00 € che dovevano servire per la costruzione del piano terreno così da consentire l’ingresso dei primi bambini entro il 2011. Ora ci troviamo di fronte all’opera ultimata, almeno nella sua struttura esterna. E’ la stessa Sister Molly a fornirci la spiegazione (più o meno vera). La squadra di muratori che sta lavorando è così brava ed affidabile che non andava corso il rischio di perderla con l’interruzione dei lavori; le suore hanno quindi deciso di anticipare loro i soldi e di fare proseguire i lavori senza interruzione. La richiesta è ora di pagare anche quanto era stato concordato per il 2012 e cioè l’intero saldo. Oggettivamente i lavori sono molto avanti ed il fatto che terminino prima rappresenta un vantaggio in quanto prima potranno essere tratti dalla strada tanti bambini. Visto da questo punto di vista questa forzatura risulta, almeno a me, più accettabile. Garantisco alla suora che faremo tutto il possibile per riuscire a fare avere, entro l’anno, il saldo del finanziamento e, dopo un rapidissimo spuntino lasciamo la Ferrando House alla volta di Calcutta ma... è troppo tardi. La televisione proprio mentre varchiamo il cancello comunica lo storico risultato. Il Partito Comunista dopo 34 anni di dominio incontrastato nel parlamento del West bengala è stato sconfitto pesantemente dai “verdi” del “Trinamool Congress” di Mamata Banerjee, la grande avversaria, nel partito del Congresso, di Sonia Gandhi. Le strade sono piene di gente in festa, il verde trionfa ovunque e la macchina stenta a farsi largo nella calca. Sister Molly, pallida come uno straccio, osserva la scena che per noi invece non ha alcunché di minaccioso. Ci uniamo anche noi al giubilo generale mostrando le classiche due dita in segno di vittoria e la risposta dei circostanti non si fa attendere: applausi ed una bella manciata di colore verde che mi colora i capelli. Oramai siamo fuori Bandel, sull’autostrada Delhi-Calcutta e la situazione appare tranquilla ma appena entriamo nei sobborghi di Howrah le scene di giubilo si ripetono ed il vedere anche noi dipinti di verde aumenta l’esultanza dei gruppetti che si avvicinano alla macchina. La breve sosta a Maayer Asha consente a me di lavarmi la testa e a Sister Molly finalmente di rilassarsi un po’. Con un altro taxi raggiungiamo, attraversando il “new bridge” Calcutta e Monica House dove finalmente possiamo riposare. Ma la voglia di goderci le ultime ore qui a Calcutta è troppo forte e quindi dopo una breve sosta ci dirigiamo verso il New Market imboccando la magica Alimuddin street. Alimuddin street è per me una delle più belle vie di Calcutta: è stata definita a ragione “il cuore pulsante di Calcutta” e, assieme a Kalighat road è una delle vie che più esprime che cosa sia realmente Calcutta, come sia la vita della gente qui a Calcutta. Alimuddin streeet è in pieno quartiere musulmano ed è un susseguirsi di macellerie, banchi di frutta, buchi oscuri che ospitano fornai, gioiellieri, sarti, pasticcerie, venditori di biri (le piccole sigarette fatte arrotolando una foglia di tabacco) o di lassi (una sorta di yogurth), mucche e capre ovunque che vagano fra i rifiuti, alcune piccole moschee con mendicanti che agitano il loro barattolino di metallo con dentro qualche rupia per attirare l’attenzione dei passanti ...”spargendo al passeggiere inutile lamento” (reminiscenza scolastica: Giuseppe Parini – la vergine cuccia) e poi ancora taxi, motociclette che ti fanno sobbalzare con i loro clacson improvvisi, bambini ovunque e risciò, tanti risciò con tanti risciò walla, i loro conducenti, gli “uomini cavallo” come sono stati definiti, una frangia di umanità che vive ogni giorno sul sottilissimo confine fra la vita e la morte per i quali forse che abbia vinto Mamata rappresenta una speranza almeno nell’immediato in quanto il precedente governo aveva paventato l’idea di eliminare i risciò. Ma quello che più colpisce in questa strada è il contrasto fra la frenetica attività della gente e la calma assoluta degli animali, cani sonnecchianti (almeno di giorno) vacche e capre incuranti di ciò che li circonda. Oggi è poi tutto è ancora più frenetico. Scorrazzano avanti e indietro gruppi di sostenitori del Trinamool Congress che festeggiano la vittoria. Tutti sono felici ed entusiasti. E noi ci uniamo a loro.


KAL ONLUS - Foto Diario