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MAGGIO-GIUGNO 2008 - Parte 2: Mendal, Tura, Balamagre, Maweit, Shillong, Calcutta

Raggiungiamo Guwahati, capitale storica dell'Assam, dopo poco meno di un'ora di volo.

Qui il clima politico è decisamente migliore, anche se l'Assam è uno degli stati "turbolenti" del nord est dell'India, con i suoi movimenti indipendentisti e separatisti. Anche qui troviamo ad attenderci dei volti noti: è Sister Gloria, Superiora delle Missionaries of Christ Jesus di Tura, l'ordine missionario spagnolo con il quale Kal collabora oramai dal 2004 portando avanti molti bei progetti.

Lungo la strada, poco dopo il nostro ingresso in Meghalaya, facciamo la consueta sosta al dispensario di Mendal, diretto da Sister Usha (omonima di quella Sister Usha che lavora con Sister Ann Francesca). Ci aspettava ed aspettava anche che le portassimo una serie di farmaci che mi aveva richiesto ad ottobre. I farmaci purtroppo non li avevamo potuti portare per problemi doganali ma in compenso avevamo portato con noi, inaspettati, un bel po' di euro affinchè potesse comperare in India quei farmaci necessari al dispensario e per la ristrutturazione del dispensario stesso.

Esaminiamo anche un "little project" che Sister Usha ha preparato per noi e che, dopo una veloce lettura, approviamo e ci impegnamo a fare approvare dal Consiglio Direttivo di Kal una volta tornati in Italia. E' un progetto semplice ed incisivo e, nella sua essenzialità, anche economico.

Mendal è posto nella vallata e serve una vastissima area delle east Garo Hills flagellata dalla malaria e da altre malattie (specie gastrointestinali e della pelle nella stagione dei monsoni).

I numerosissimi villaggi sparsi nella foresta circostante sono assolutamente privi di qualsiasi struttura sanitaria e devono per forza di necessità fare riferimento al dispensario di Mendal che però in molti casi è raggiungibile dopo ore o addirittura giorni di viaggio attraverso i sentieri nella jungla. L'idea di Sister Usa è di fare una sorta di "stage" per i catechisti o per una persona di riferimento individuata dai responsabili dei rispettivi villaggi insegnando loro quelle nozioni basilari di pronto soccorso, di "first aid", e di medicina che si possono rivelare preziose in luoghi così remoti ed isolati dove realmente queste capacità possono segnare lo spartiacque fra la vita e la morte. Ad ognuno di questi, a fine corso verrà consegnata una congrua dotazione di farmaci e strumenti sanitari essenziali per potere iniziare la loro attività nei rispettivi villaggi. E' un progetto molto stimolante e di indubbio valore: il costo inoltre è relativamente contenuto, attestandosi sui quattromila euro circa per anno.

Lasciato Mendal dopo la classica tazza di the ed una fetta di torta fatta apposta per noi da Sister Usha, riprendiamo il viaggio alla volta di Tura, dove arriveremo con il buio, tre ore più tardi. Qui la calorosa accoglienza di Sister Guadalupe, l’ottantaquattrenne suora basca di Pamplona che ha dedicato tutta la vita ai lebbrosi, ci fa dimenticare le fatiche di questa giornata. L’indomani mattina ci rechiamo al lebbrosario per la consueta visita alla piccola comunità e l’accoglienza è, come sempre, calorosissima. C’è come al solito la distribuzione “straordinaria” di riso, dhal (le lenticchie rosse, base proteica dell’alimentazione di queste popolazioni), zucchero ed olio.

Per me è sempre uno spettacolo emozionante trovarmi in mezzo a queste persone meravigliose che, pur non avendo nulla, ti danno tutto ciò che possono. Per tutti noi c’è il “loro” regalo: una riproduzione della “casa sull’albero” le tipiche abitazioni di queste montagne dove gli abitanti usano rifugiarsi quando il villaggio è attaccato dai branchi di elefanti selvaggi.

Sono piccoli capolavori, fatti a mano da questa gente che fa quadrare il bilancio familiare con la realizzazione di questi lavoretti artigianali. Nel pomeriggio ci attende una grande novità che aspettiamo oramai da più di tre anni: la visita alla nuova scuola di Balamagre completamente ultimata. Per me personalmente poi questa visita assume una valenza tutta particolare: l’aula di informatica di questa bellissima scuola verrà infatti intitolata a mio fratello Renzo, scomparso nel 2003 per un tumore al rene.

Renzo, al di la di ogni retorica, era una persona veramente eccezionale, amante dello studio (si era laureato a pieni voti al Politecnico di Milano in ingegneria elettronica) aveva iniziato a lavorare nel campo informatico sin dall’epoca del liceo, ancora con i vecchi computer a schede per poi assistere a tutta quella meravigliosa progressione tecnologica che aveva portato alla miniaturizzazione ed alle enormi potenzialità dei computer d’oggi. Parlava correttamente cinque lingue e con lui si poteva trattare qualunque argomento senza trovarlo impreparato. Era un uomo di cultura, ma era soprattutto una persona onesta: un vero uomo. Così, quando con la costruzione della scuola di Balamagre mi si era presentata l’opportunità di ricordarlo a quei ragazzi che per lo studio facevano sacrifici enormi, ho colto al volo l’occasione chiedendo l’intitolazione proprio dell’aula di informatica a lui.

Da quest’anno inoltre i ragazzi meritevoli che termineranno la classe decima e che, privi di mezzi, vorranno continuare gli studi, potranno contare su una borsa di studio in quanto con gli amici di mio fratello abbiamo deciso di costituire una sorta di “fondo” per questa iniziativa. Quanto mi aspettava nel pomeriggio sarebbe andato al di là di ogni aspettativa. Dopo una mezz’ora di jeep siamo arrivati a Balamagre e già in distanza si poteva intravedere fra gli alberi l’imponente sagoma rosa della “Mother Camino school”. Sapevo, da quanto mi era stato comunicato via e-mail, che la scuola era stata terminata nella sua struttura essenziale e che era stata inaugurata il 10 aprile diventando subito operativa.

Una piccola ma significativa curiosità: il 10 aprile la scuola era stata inaugurata ed i ragazzi si erano trasferiti nella nuova struttura. Il 15 aprile un ciclone di inaudita violenza si era abbattuto sulle Garo Hills radendo completamente al suolo le due aule in bambù della vecchia scuola….

Casualita?... lo spazio lasciato vuoto dalla vecchia aula in bambù distrutta permette di vedere la nuova grande scuola.

Comunque la direttrice Sister Jane ha deciso che un’aula in bambù verrà comunque ricostruita lì dov’era per ricordare alle generazioni future di studenti come si studiava un tempo a Balamagre, in quaranta ragazzi in una piccola aula di bambù di poco meno di dieci metri quadri di superficie.

Ad attenderci all’esterno della scuola c’erano tutti i ragazzi dalla prima alla decima classe e, una volta indossato anche noi il copricapo Garo, siamo entrati nella scuola, preceduti da un gruppo di ragazzi in costume che intonavano antichi canti guerrieri.

La cerimonia essenziale sulla porta dell’aula è consistita nel classico taglio del nastro e nella consegna nelle mani di Sister Jane della targa che sarebbe stata posta all’ingresso dell’aula con la foto di Renzo e la scritta “his life, a shining example” perché la sua vita di onestà ed il suo amore per lo studio siano di esempio e di sprone a questi ragazzi.

Siamo quindi passati all’ultimo piano, nell’auditorium (il più capiente di tutte le Garo Hills come ha puntualizzato con un malcelato orgoglio Sister Jane) dove abbiamo assistito ad uno spettacolo di danze e canti preparato dai ragazzi ed alla fine ho tenuto un piccolo discorso per ringraziare tutti dell’accoglienza e spiegare ai ragazzi chi era Renzo e perché la sua vita poteva essere presa come esempio da tutti loro.

Esternamente la scuola è oramai completamente ultimata; mancano soltanto alcune rifiniture negli spazi interni che verranno eseguite nei prossimi mesi.

Per Kal comunque il progetto è considerato concluso.

Sono passati poco più di tre anni da quando, letteralmente scioccati dalle condizioni in cui si studiava nelle fatiscenti aule della vecchia scuola, avevamo ventilato l’ipotesi di costruire una nuova scuola (e dal cassetto di Sister Jane era saltato fuori come il classico coniglio dal cilindro il progetto bell’e pronto, in attesa solo di uno sponsor) e già si può ammirare questo bellissimo risultato.

Nel tardo pomeriggio ritorniamo a Tura perché lì ci aspetta Sister Gloria per illustrarci un altro progetto per il quale ha chiesto il sostegno economico di Kal.

E’ in un certo senso un progetto “minore”, non si tratta di un’opera di grande visibilità ed impatto ma di necessaria essenzialità: la ricostruzione dei bagni dell’ostello delle ragazze della St Xavier School di Tura.

Delle più di duemila bambine e ragazze che frequentano a Tura la St Xavier school, circa un centinaio sono ospitate nel “boarding” della scuola, una sorta di ostello in cui le bambine che abitano nei villaggi lontani vengono ospitate per l’intero anno scolastico.

Per recarsi ai bagni ed alle toilette le ragazzine devono attraversare il cortile (e questo durante la stagione monsonica rappresenta un grosso problema) ma questo è poco o nulla a paragone con ciò che le aspetta più in basso.

Le vecchie toilette, i bagni e le docce, costruite quasi cinquant’anni fa sono in uno stato veramente pietoso e quando, con le piogge monsoniche, gli scarichi tracimano si crea una situazione letteralmente insostenibile

E’ difficile per noi immaginare come si possano utilizzare questi servizi ed ancora più meraviglia desta il vedere uscire da queste strutture degradate ragazzine perfettamente pulite, ordinate e curate come se venissero da un salone di bellezza: la dignità della povertà.

Vedendo questo spettacolo mi sono tornate alla mente le parole del grande De Andrè “…dal letame nascono i fior”.

Certo nascono anche dal letame ma se riusciamo a farli nascere, questi bellissimi fiori, in vasi curati e puliti credo sia molto meglio per tutti.

I lavori dovrebbero iniziare non appena si attenuerà l’impeto del monsone, verso la fine di agosto e gli inizi di settembre così da potere realizzare l’opera entro la prossima primavera.

Il giorno successivo, martedì, ci aspetta la tappa più faticosa di questo già faticoso viaggio.

Partiamo da Tura alle prime luci dell’alba e ripetiamo a ritroso la strada che avevamo percorso due giorni prima; dopo la consueta sosta a Mendal abbandoniamo il Meghalaya per seguire sino ad Boko la trafficatissima strada assamese.

Ad Boko ci fermiamo perché Sister Gloria, che ci ha voluti accompagnare fin qui, tornerà a Tura mentre noi verremo “trasbordati” sulla jeep di Sister Rebecca che ci condurrà fino alla nostra meta: il villaggio di Maweit.

La pausa è più lunga del previsto perché Sister Rebecca è un po’ in ritardo sulla tabella di marcia ma ogni momento è buono per osservare piccoli scampoli di vita di questa gente: ragazzi che portano al mercato le banane prodotte dalla loro terra, il bambino che rincorre una vecchia ruota di bicicletta senza copertone, l’accalcarsi della gente su un autobus già carico all’inverosimile e tutto questo in una inebriante miscela di suoni ed odori che non possono essere raccontati, possono soltanto essere vissuti e goduti al momento perché immediatamente come li percepisci, altrettanto immediatamente li perdi.

Dopo più di un’ ora ecco arrivare Sister Rebecca e, salutata Sister Gloria, con lei ci dirigiamo verso Maweit perché è quasi l’una e abbiamo davanti a noi ancora almeno sette ore di strada.

Strada? All’inizio, forse la si potrebbe chiamare così anche se le buche enormi che la costellano la fanno apparire più un percorso di guerra. Non possiamo mai superare i venti – trenta chilometri orari perché aumentare la velocità significherebbe distruggere le sospensioni della pur robusta “Maruti”.

La “strada” una volta rientrati in Meghalaya (ora siamo nelle West Kashi Hills, il territorio abitato dalla tribù dei Kashi, che assieme a Garo e Giantja formano le tre etnie del Meghalaya) cede il posto ad una vera e propria pista in terra battuta che si inerpica su per le colline; le recenti piogge hanno creato in taluni punti della strada insidiosissime trappole di fango ed i numerosi mezzi finiti fuori strada sono da monito al nostro autista a “fare il bravo”.

L’intenso via vai di camion poi crea non pochi problemi su questo strettissimo nastro di terra.

Ora siamo veramente fuori dal mondo; la rigogliosissima foresta tropicale ci circonda da ogni parte ed il buio oramai incombente crea una velata sensazione di disagio.

Arriviamo infine verso le ventuno a Maweit, letteralmente massacrati dal viaggio, stanchi ma con una buona dose di appetito che ci permette di gustare una frugale cena a lume di candela (non per romanticismo ma per la mancanza di energia elettrica…).

Abbiamo trascorso in auto quattordici ore, se escludiamo la pausa a Boko ed il letto è visto come l’unica soluzione possibile.

Perché Maweit?

Avevamo conosciuto Sister Rebecca quattro anni fa quando, a Tura si occupava con Sister Guadalupe della conduzione del lebbrosario e con gli amici della Bethany Society dei “cluster”, i centri di formazione professionale sparsi nella foresta, riservati ai ragazzi ed alle ragazze portatori di handicap.

Da subito tutti noi ci eravamo sentiti attratti da questa bellissima persona “solare”, sempre allegra non ostante le fatiche e le avversità e sempre disposta a mettersi in gioco per aiutare qualcuno, sempre pronta, intuendo quasi i nostri pensieri a darci la risposta giusta e a dare una risposta a tutti i nostri perché.

Era stata in questi anni il nostro punto di riferimento a Tura, anche quando per necessità di cose dovevamo interloquire con altre Suore.

L’anno scorso però (creando non poco disagio anche all’anziana Sister Guadalupe che su Rebecca si appoggiava anche psicologicamente) Sister Rebecca veniva destinata dalla Superiora Regionale al dispensario di Maweit.

Dai racconti che Sister Rebecca ci faceva avevamo capito che Maweit era veramente un luogo dimenticato dagli uomini: poverissimo e sperduto il dispensario era un avamposto indispensabile ed insostituibile per queste popolazioni.

Ma come tanti avamposti necessitava anche di risorse per potere svolgere bene il suo ruolo e così era nata l’idea di recarci in questo luogo per vedere che cosa Kal potesse fare per questa povera gente.

L’indomani mattina abbiamo alcune ore a disposizione per visitare la missione, la scuola, il dispensario ed il villaggio.

La missione è stata costruita abbastanza recentemente ed è un edificio confortevole pur nella sua essenzialità.

La scuola accoglie i bambini ed i ragazzi di una vasta area e non ci è parso ad una visita rapida e sommaria che vi siano, a parte l’affollamento, particolari problemi.

Il solo intervento che Sister Rebecca chiede è il rifacimento del tetto del “boarding” delle ragazze perché l’attuale copertura non è più in grado di resistere alle violente piogge di queste regioni e quando piove tutta la camerata delle ragazze si bagna e con essa anche chi la occupa.

Il dispensario invece è un po’ tutto da reinventare.

A questa struttura afferisce la popolazione di una quarantina di villaggi sparsi nelle colline circostanti. E’ ospitato in una vecchia struttura in muratura con la copertura in lamiera ondulata ed è composto da una sala visita dove Sister Rebecca si fa una sommaria idea del problema, un locale “farmacia” con alcuni scaffali metallici su cui sono posti ordinatamente i vari farmaci, una sala “travaglio” dove vengono trattenute le donne in attesa del parto, ed una sala parto vera e propria.

Il termine sala parto evoca normalmente l’idea di un qualcosa di asettico, lettino ginecologico, telini puliti, piastrelle lucide alle pareti e pavimento di uguale splendore.

Nulla di tutto ciò a Maweit. La sala parto è una semplice stanza con il pavimento in cemento: di lettini ginecologici nemmeno l’ombra ma solamente un letto di legno coperto da un telo dal colore indefinibile; in un angolo, su un tavolo c’è lo strumentario: alcune specole, un vecchio forcipe, qualche forbice e pinza ed un catino di metallo.

E’ Sister Rebecca la “ginecologa” titolare; è infermiera ed ha anche il diploma di ostetrica sicchè è lei a dovere affrontare in prima persona tutte le difficoltà di questo posto di frontiera e lo fa con una passione e con una dedizione incredibile.

Le donne che partoriscono vengono ospitate qui per qualche giorno in modo da poterle seguire nel post-partum e da poter dedicare loro quelle attenzioni che, tornate al villaggio, difficilmente avrebbero.
Qui l’età media del primo parto è attorno ai tredici anni!

Quando, un po’ provocatoriamente, le chiedo se si trovi meglio qui o a Tura mi risponde senza esitazioni che questo per lei è il posto ideale perché può mettere in campo tutte le sue potenzialità e rendersi veramente utile alla povera gente.

E’ talmente convinta di quello che dice che non posso non crederle e, sotto sotto sento un po’ di invidia perché anche a me tutto ciò affascina ed attira in una maniera incredibile.

Se la sala parto mi aveva lasciato un po’ perplesso (il termine giusto sarebbe scioccato) la visita ai locali astanteria, dove la gente più grave viene ricoverata in attesa che le cure facciano effetto, lascia tutti noi letteralmente a bocca aperta.

Anche qui tetto di lamiera e pareti in bambù ma il pavimento è in terra battuta…

Immagino che cosa debba essere nella stagione delle piogge quando l’acqua del monsone entra dappertutto, per non pensare ai serpenti e a tutti gli altri animali ed animaletti che popolano queste foreste.

Ma per questa povera gente anche questo poco è tantissimo.

Ed ecco nascere l’idea di ricostruire ex novo questo dispensario ed i locali per la degenza degli ammalati.

Sarà un lavoro molto impegnativo anche economicamente ma sicuramente ne verrà fuori qualcosa di bello.

Parliamo con Sister Rebecca della nostra idea ed anche lei è indubbiamente interessata.

E’ importante, ci dice, trovare un buon “contractor”, l’impresario che si occupa del materiale e degli operai e questa ricerca comporterà del tempo; inoltre la stagione delle piogge è alle porte ed il villaggio potrà restare isolato per parecchi mesi.

Avremo davanti alcuni mesi di inattività forzata che serviranno per impostare bene il lavoro, per stendere il progetto e per stimare infine il costo definitivo dell’opera.

Dopo un rapido “lunch” siamo nuovamente in macchina diretti a Shillong, la capitale del Meghalaya dove incontreremo Sister Sarah, la superiora regionale alla quale dovremo esporre la nostra idea del nuovo dispensario per ottenere l’indispensabile ok.

Il viaggio, pur lungo, è meno massacrante di quello del giorno innanzi e dopo sei ore raggiungiamo Shillong dove abbiamo l’opportunità, durante una rapida cena di esporre a grandi linee a Sister Sara il nostro “progetto” per Maweit

Il ritorno da Shillong a Guwahati effettuato l’indomani mattina alle prime luci non presenta particolarità di rilievo fatta eccezione per un impressionante numero di incidenti stradali (ma per come guida la gente qui sembrano anche pochi…).

Da Guwahati a Calcutta l’aereo della Jet Airways impiega poco più di un’ora e l’afa opprimente del pre-monsone, dopo giorni di frescura fra le colline, toglie letteralmente il fiato.

Nel pomeriggio ci rechiamo ad Howrah, la città gemella di Calcutta, a trovare Sister Pockamula, la superiora regionale delle suore Ferrandine per prendere accordi per l’indomani: dovremmo andare, secondo il programma stabilito, a Bandel, a visitare la casa d’accoglienza per le bambine di strada che di cui avevamo finanziato l’acquisto tre anni fa e che dopo le necessarie ristrutturazioni, ha iniziato dall’anno scorso ad accogliere le piccole.

Il programma per l’indomani sarà quindi per due di noi Bandel e per gli altri due ragazzi che ci hanno voluto seguire in questo “tour de force” la visita al Sundarbans Project per raccogliere le ultime novità e le ultime immagini di questo altro bellissimo progetto.

Due telefonate però, a poco più di dieci minuti una dall’altra, smorzano l’entusiasmo per l’ultima tappa.

Domani e dopodomani vi sarà sciopero generale e quindi nessun mezzo potrà circolare.

Anche qui le motivazioni sono un po’ le stesse che hanno infiammato tutto il mondo: aumento del prezzo dei prodotti petroliferi ma soprattutto dei generi alimentari che, con l’aumento di quasi il 30% del prezzo del riso ha letteralmente strangolato l’economia di sopravvivenza di tantissime persone.

Non ci resta quindi che accettare il riposo “forzato” degli ultimi due giorni.

Ed è stato uno spettacolo unico vedere la trafficatissima Bose Road completamente deserta, conquistata da uno stuolo di ragazzini che ne avevano fatto, a seconda dei tratti, improvvisati campi da cricket, da baseball o da football.

Fortunatamente, per tradizione gli scioperi a Calcutta terminano al tramonto e così il giorno seguente il tragitto dall’ostello dove alloggiamo all’aeroporto potrà essere effettuato in taxi.


KAL ONLUS - Foto Diario