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FEBBRAIO-MARZO 2010 - Viaggio dal 28.02.2010 al 13.03.201

Teresa, Antonio, Loredana, Francesco ed io: dodici giorni a disposizione per verificare di persona la fine dei lavori del dispensario di Maweit e per partecipare alla sua" inaugurazione" ufficiale; dodici giorni per parlare un po'  del progetto del nuovo boarding per le bambine sempre a Maweit e per incontrare i nostri amici del lebbrosario di Tura per riconfermare anche per questo 2010 il nostro sostegno economico al mantenimento di questa struttura; dodici giorni per incontrare gli amici della Bethany society e ricevere chiarimenti e delucidazioni circa un progetto per il recupero e la valorizzazione delle risorse di bambini e ragazzi handicappati nelle Jantia hills in Meghalaya e per approfondire la conoscenza  di questa Associazione; dodici giorni  per vedere come è stata ristrutturata la scuola per bambini disabili di sister Annfrancesca a Kurseong e per valutare di persona assieme a sister Annfrancesca quella che speriamo possa diventare una nuova casa famiglia sul modello di quella di Kurseong a Siliguri; dodici giorni  per incontrare le bimbe della Ferrando house a Bandel ed infine per il consueto incontro gioioso con i bambini della Loyola school. Programma intensissimo (come al solito) energie poche alla partenza (come al solito) voglia di fare, di vedere, di incontrare, di discutere, di progettare, di programmare e... di sognare: tanta (come al solito).

Partenza il ventotto di febbraio da Malpensa ed arrivo a Calcutta, dopo una breve pausa a Dubai, quindici ore più tardi.

Questa prima giornata a Calcutta non può essere spesa come di consueto, in un relativo relax: nel pomeriggio infatti le suore Ferrandine ci attendono a Maayer Asha, la casa per bambine di strada ad Howrah, per portarci al consueto incontro con le bimbe ospiti della Ferrando house a Bandel: è un tragitto di poco più di un'ora ma che si somma alla resto del viaggio, succhiandoci le ultime energie.

L'incontro con queste bambine è come al solito festoso: ci presentano il consueto spettacolino di benvenuto a base di canti e danze e poi... gelato e foto per tutti. Sister Molly, ora superiora regionale, ci spiega un po' come è la giornata di queste bambine, divisa fra scuola, attività varie fra cui appunto la danza per la quale talune di loro, come abbiamo avuto modo di osservare noi stessi,  hanno un vero e proprio talento. La visita dura poco in quanto ormai la notte incombe, Calcutta è a un'ora e mezza di macchina e le nostre forze residue si sono ulteriormente ridotte. Al ritorno a Monica  house (l'ostello di Calcutta dove facciamo tappa) troviamo ad attenderci Teresa, la mitica Teresa Volpato che ha terminato anche oggi la sua (pesantissima) giornata di lavoro a Kalighat, la "casa del moribondo" di Madre Teresa, dove oramai da quattordici anni dona agli "ultimi" il suo tempo, la sua professionalità e la sua umanità. E con Teresa, riuniti attorno a un tavolo, consumiamo la cena stendendo il programma per l'indomani. Martedì 2 marzo: sveglia alle cinque e mezza, alle sei esatte Messa in Casa Madre delle Missionarie della Carità per affidare a Madre Teresa noi ed il nostro viaggio e dopo il consueto breakfast a Monica House, caricati i bagagli su due taxi ci dirigiamo all'aeroporto dove prenderemo il volo per Guwahati. Tutto fila liscio, l'aereo non ha ritardi e alle 12.50 atterriamo senza problemi all'aeroporto internazionale di Guwahati in Assam dove troviamo ad attenderci Sister Sarah, regionale delle Missionaries of Christ Jesus, con la quale ci dirigiamo in auto verso Shillong. Una decina di chilometri prima di Shillong facciamo una deviazione per andare a vedere la casa per bambini disabili che hanno in questa località le suore Ferrandine, che proprio il giorno prima, a Howrah, mi avevano consigliato e raccomandato di andare a vedere. A me piace molto  vedere di persona le varie realtà delle case o degli istituti che si occupano dei bambini disabili e così ho pregato Sister Sarah di fare questa piccola deviazione per vedere un po’ come opera la “concorrenza”. L’istituto sorge nel bel mezzo di una foresta di pini, sulla sponda opposta del grande lago artificiale che si incontra sulla strada che da Guwahati porta a Shillong. La suora cui mi aveva indirizzato Sister Molly non c’è ma un’altra fa benissimo le sue veci facendoci visitare il piano terreno dell’istituto dove si trovano le aule scolastiche, i laboratori per avviare questi ragazzi ad una professione e gli ambulatori medici (la maggior parte dei fanciulli ospitati è sorda , ipovedente o cieca). E’ tutto molto ordinato anche se un po’ “indiano” con i classici connotati dell’istituto ma i ragazzi che sul piazzale antistante giocano a pallone allegri e spensierati lasciano intuire che trascorrano una vita sicuramente serena e tranquilla: indubbiamente salubre vista la collocazione dell’edificio. Dopo questa breve sosta, riprendiamo il viaggio verso Shillong dove arriviamo nel tardo pomeriggio ed è qui che Sister Sarah  ha organizzato, dietro mia richiesta, un incontro con due membri della Bethany Society per avere delucidazioni e chiarimenti su un progetto che era stato portato alla nostra attenzione nelle scorse settimane.

La Bethany Society è un'associazione laica fondata alcuni anni fa da sister Rosario, una suora dell'ordine delle Missionaries of Christ Jesus e da alcuni laici. Le suore mantengono una partecipazione nel " consiglio d'amministrazione" dell'associazione che comunque è e resta laica. Ed è proprio con due ragazze appartenenti a questa associazione che abbiamo l’ appuntamento per vedere di approfondire nei particolari quel  progetto che aveva suscitato la nostra curiosità ed il nostro interesse. Si tratta di un programma di prevenzione, individuazione e cura di varie disabilità fisiche e mentali. Il nucleo operativo di questo progetto sarà nel villaggio di Phramer, nelle Jantia Hills, in Meghalaya e vi afferirà la popolazione di una ventina di villaggi. Gli operatori della Bethany Society (formati al 90% da persone affette loro stesse da qualche handicap) individueranno, girando per questi 20 villaggi le persone che necessitano di un aiuto, partendo dai familiari dei bambini stessi per i quali sono stati studiati dei particolari percorsi di istruzione. Per ogni bambino affetto da qualche disabilità verrà preparato uno specifico e personalizzato programma riabilitativo mirante all'inserimento scolastico. Una particolare attenzione verrà posta all'aspetto medico riabilitativo con l'intervento di personale specializzato e qualificato che opererà in locali già individuati e messi a disposizione dal parroco di questo villaggio. Verranno illustrati alle popolazioni di questi villaggi dei programmi per la prevenzione di alcune disabilità ed infine verrà creata un'associazione dei genitori dei bambini handicappati.

Ideatrice e coordinatrice di  questo progetto è Miss Pynhoi Tang, lei stessa affetta da una grave disabilità che non le ha impedito però, supportata dai programmi della Bethany Society (di cui ora fa parte) di raggiungere i più alti livelli di istruzione (è laureata ed ha completato il suo tirocinio in attività imprenditoriale sociale). Ascoltiamo molto attentamente tutto quanto ci espone con un entusiasmo contagioso. Si vede chiaramente che crede in ciò che fa e che come lei stessa ci confessa è un suo “sogno”. Ma è un sogno ad occhi aperti, di una ragazza che sa bene di che cosa parla per averlo vissuto lei stessa in prima persona, è, soprattutto il sogno di una persona con i piedi ben piantati per terra. Sicuramente l’appoggio a questa iniziativa sarà uno dei punti all’ordine del giorno della prossima riunione di Kal. L’indomani è stata organizzata una breve parentesi “turistica”. Ero stato colpito a settembre dalla visita al “Museo Don Bosco”, una bellissima opera dei Salesiani che hanno voluto raccogliere in questo vero e proprio museo le testimonianze delle varie tribù del nord est dell’India. Il Museo Don Bosco (esattamente il “Centro Don Bosco per le culture indigene”) si sviluppa su sette piani, con diciassette gallerie divulgative in cui sono raccolte, catalogate ed illustrate con i più moderni mezzi, una quantità veramente impressionante di abiti, utensili, armi, ornamenti e foto rare delle popolazioni del nord-est. Un’opera veramente unica e di grandissima importanza per tenere viva la memoria di civiltà oramai praticamente estinte o “inglobate”.

Di lì a pochi giorni, esattamente il 5 marzo, a testimoniarne il grande valore culturale, l’opera sarebbe stata inaugurata ufficialmente da Sonia Gandhi e dal primo ministro del Meghalaia.

Terminata la visita al museo resta ancora un po' di tempo che impegniamo andando a visitare il centro per ragazzi portatori di handicap che la Bethany Society ha aperto qui a Shillong. Vi sono laboratori di taglio e cucito, di artigianato vario, di tipografia, di pasticceria in cui viene insegnato un mestiere a ragazzi e ragazze con varie disabilità. E' veramente bello poter constatare la presenza di queste vere e proprie oasi in un paese e in una società che non sempre sembra dedicare le proprie attenzioni ai " piccoli" e agli " ultimi". Vi è anche il tempo per visitare il loro negozio dove viene posto in vendita ciò che da questi laboratori viene prodotto. Dopo un rapido “lunch” siamo tutti pronti per una bella digestione a base di rollii e scossoni. E’ stata noleggiato un fuoristrada con il relativo conducente in quanto Relan, lo storico autista delle suore (quello per intenderci che la volta scorsa è riuscito con la sua guida spericolata a fare drizzare i capelli in testa anche a me che non sono particolarmente impressionabile) si sposerà di lì a pochi giorni e quindi non è disponibile per questo viaggio. Tutti noi rimpiangeremo Relan non certo per le manovre spericolate bensì per la velocità. A bordo di una lumaca si  sarebbe andati più veloci. Capiamo qual è  l’andazzo sin da Shillong, fin dalle prime curve e dalle prime rampe che ci portano verso le montagne è un continuo sorpasso. Ma sono gli altri, compresi parecchi camion, a sorpassarci! Facciamo buon viso a cattiva sorte e verso il tramonto ci troviamo ancora a Nongstoin, ultimo grosso centro prima degli ultimi, famigerati 37 chilometri che ci porteranno a  Maweit.

Fin qui strada asfaltata e poche buche. Da qui in poi pochi tratti asfaltati, moltissime buche e…polvere. Se l’ultimo viaggio effettuato a settembre era stato un viaggio all’insegna del fango, a causa della  stagione monsonica, questo si sarebbe rivelato un viaggio all’insegna della polvere. Polvere sottilissima, impalpabile, che conferisce alla strada un erroneo aspetto di regolarità. La polvere riempie le buche e le nasconde ma la ruota vi sprofonda inesorabilmente. E’ quindi ancora più difficile capire quale sia la traiettoria giusta e ciò rallenta ulteriormente la nostra marcia.

Le tenebre sono scese oramai da un po’ e siamo nel fitto della foresta quando ci troviamo improvvisamente in coda. L’autista scende per informarsi e torna poco dopo riferendo a Sister Sarah. Dal tono e dalla faccia della suora capiamo subito che la faccenda è seria. Un camion si è bloccato su un ponte, uno di quegli stretti ponticelli che permettono di superare i tanti corsi d’acqua da cui è solcata questa foresta, e non vi è modo di rimuoverlo. Come accade da queste parti i mezzi “in panne” non vengono rimossi ma riparati direttamente sul posto. Capita spesso di osservare queste scene ai bordi della strada, ma su un ponte… questo non mi era mai capitato di vederlo. La gente qui però è molto diversa: quello che da noi si sarebbe vissuto come un incidente terribile, che ostacolava i nostri piani, rompeva i nostri ritmi, che intralciava la nostra frenetica esistenza, qui invece veniva preso da tutti con la massima calma e serenità. E così anche noi, dopo l’autista andiamo a vedere, nell’oscurità più assoluta (solo la luce del mio Nokia mi permette di vedere dove metto i piedi) quale è il problema. Dopo un centinaio di metri (sarebbe bastato che il nostro driver fosse andato un po’ più veloce per esserci trovati a valle dell’incidente…) ecco il blocco: un grosso truck, carico di carbone (uno di quelli che continuamente fanno la spola fra le miniere delle Kashi hills e l’Assam) fermo sul ponticello. Nessuna possibilità di aggirare l’ostacolo. Sotto il pesante mezzo si sta già lavorando (qui gli autisti sono anche ottimi meccanici) ed ognuno porta il  proprio contributo di suggerimenti o di aiuto: c’è una bellissima collaborazione fra tutta questa gente. Gli altri, scesi dai camion (la fila è costituita quasi esclusivamente da grossi camion) seduti a terra giocano fra di loro a carte o a dadi oppure passeggiano su e giù per la strada. E’ quello che facciamo anche noi e questo ci da la possibilità di ammirare uno dei più fantastici cieli stellati che io possa ricordare: qui d'altronde non esiste inquinamento luminoso. Ad un certo punto vista la possibilità più che reale di trascorrere la notte in macchina,  Sister Sarah decide che si potrebbe tornare indietro fino a Nongstoin e passare la notte a casa del Bishop (il Vescovo).

Decidiamo di attendere  un po’  perché questo richiederebbe ancora un paio d’ore di strada, e questa si rivela la scelta giusta: dopo una mezz’ora arriva infatti la notizia che il guasto è riparato e si può riprendere il viaggio alla volta di Maweit che raggiungiamo verso le 23.

Il giorno successivo è la data  che attendiamo oramai da quel lontano 10 dicembre 2008 in cui è stata posta la prima pietra di questo dispensario: dieci mesi buoni di ritardo, un preventivo che nel diventare consuntivo è pressoché raddoppiato, un’incessante scambio di e-mail fra me e Sister Sarah che si è sempre trovata fra l’incudine dei problemi che via via si presentavano qui sul posto, ed il martello rappresentato dal sottoscritto che forse, a volte ha dato anche qualche colpo di troppo…  tutto ciò si viene a chiudere però ora nel migliore dei modi, con l’inaugurazione e l’operatività di  questa indispensabile struttura. L’inaugurazione ufficiale è fissata per le 15 alla presenza del Parroco, delle suore, dei bambini e degli abitanti di Maweit e di tutti noi. Antonio la sera precedente parlando con Sister Sarah aveva espresso con la  usuale franchezza la sua opinione circa la “vera”  inaugurazione che sarebbe stata, per lui, non tanto quella delle cerimonie e dei tagli di nastro quanto piuttosto quella legata al primo parto espletato nella struttura.

Neanche a farlo apposta alle 7,35 con sette ore e mezzo di anticipo sulla inaugurazione ufficiale, avveniva la “vera inaugurazione” con la nascita di un bel maschietto. Alle 15 poi, come da copione avveniva il taglio del nastro, la benedizione dei locali, l’allegra “invasione” dell’edificio da parte di tutta la gente. A seguire uno spettacolo di canti e danze Kashi offerto dai ragazzi e dalle ragazze della scuola, i discorsi di rito ed un rinfresco offerto dalle suore. Ora Maweit è dotato di un vero dispensario, all’altezza di questo nome. Non più baracche in legno e bambù con pavimenti in terra battuta, ma una moderna struttura spaziosa, ariosa a disposizione di tutti. Mancano ovviamente le ultime rifiniture, il lettino ginecologico è ancora fermo a Delhi, quelli che saranno gli ambulatori del dentista e dell’oculista che verranno periodicamente per i check-up da Shillong sono ancora solamente delle stanze, le tende, discrete garanti della privacy, non si sono ancora sposate alle finestre….comunque siamo oramai sulla buona strada e Sister Hellen, l’anziana suora-infermiera-ostetrica che questo dispensario dirigerà e renderà operativo non si spaventa certo per quanto l’attende, lei che in vent’anni di vita qui a Maweit ha dovuto aspettarne quindici per avere l’acqua corrente ed altrettanti per l’elettricità.

Il giorno successivo, venerdì 5 marzo è probabilmente il giorno più “duro”. Infatti anche se, in linea d'aria, distiamo da Tura poco meno di un'ottantina di chilometri, non ci sarà possibile  raggiungerla direttamente in quanto il  Meghalaya non possiede arterie che l'attraversino in senso longitudinale. Dovremo tornare quindi  a Nongstoin, da qui raggiungere Boko, in Assam rientrare un'ottantina di chilometri più  ad ovest  in Meghalaya poco dopo la deviazione di Krishnai ed infine raggiungeremo Tura dopo il tragitto sulle montagne di un centinaio di chilometri. E' una vera e propria offesa alla geometria: essere costretti, per la mancanza di un pezzettino del lato lungo di un rettang olo, dovere percorrere a ritroso l'intero quadrilatero.

Il tratto da Maweit a Boko che tanto ci aveva provati all 'arrivo, effettuato all'inizio del viaggio non risulta poi così pesante e dopo alcune ore arriviamo a Nongstoin; da lì pieghiamo decisamente a nord verso Sonapahar dove arriviamo per l'ora di pranzo. L'accoglienza delle vecchie sisters (la casa di Sonapahar è un po' come quella di Shillong una sorta di capolinea per tante suore anziane che pongono fine in una relativa tranquillità ad una vita che è stata spesso quanto meno avventurosa. Sister Lidya, oramai ultraottantenne, perfetta nel fisico, un po' meno integra nella memoria recente, ricorda però perfettamente il passato e così    a tavola è lei che “tiene banco” con il racconto dei suoi ricordi e  racconta a tutti di quella volta in cui si stava  recando in un villaggio vicino a Sonapahar a piedi e si era trovata di fronte un grosso leone (questo grande felino, ora scomparso, sino a qualche decennio fa era presente in questa zona dell'India) con l'agilità suggerita dalla situazione era salita su un albero dal quale aveva iniziato a chiedere aiuto ed era stata alla fine liberata dall'assedio dell'animale da Padre Albissuri, grande missionario e soprattutto grande cacciatore (l'unico, come ricorda Sister Lidya,  che avesse il permesso delle autorità governative per sparare agli elefanti quando questi minacciavano i villaggi). Lo spavento doveva essere stato molto grande perchè ancora oggi, quando racconta l'avventura, i suoi occhi sono pervasi dal terrore.

Dopo il pranzo effettuiamo il cambio dell'auto, abbandonando il nostro autista-lumaca che tornerà a Shillong con Sister Viky, mentre noi proseguiremo per Tura su un mezzo delle suore. Avevo dei ricordi molto brutti della strada che avremo dovuto percorrere per arrivare a Boko e questi ricordi si rivelavano esatti. L'autista, un giovane Kashi sempre sorridente ad un tratto toglie dalla tasca un pezzo di tela colorata e si fascia accuratamente il volto lasciando fuori solamente gli occhi: è un brutto segno prognostico: sta per iniziare il tratto nella polvere: una polvere finissima, impalpabile, inarrestabile, che entra nell'abitacolo anche a finestrini chiusi e che ci accompagnerà sino ad una decina di chilometri da Boko. Da qui un sottile nastro d'asfalto, perfettamente integro (è una strada interdetta al traffico pesante) offrirà un certo ristoro alle nostre ossa sconquassate. Il tramonto fa ora da sfondo al paesaggio assamese fatto di risaie alternate a boschi di latifoglie e finalmente, dopo il bivio di Krishnai, pieghiamo decisamente a sud verso il Meghalaya. Mendal è ora a pochi chilometri e ci possiamo fermare per un tea-break offerto da Sister Rebecca. L'arrivo a Tura un paio d'ore più tardi mette fine a questo lungo e faticoso trasferimento.

Il giorno seguente, sabato, è di tutto riposo. Al mattino andremo a Balamagre per la consueta visita alla  scuola e per parlare con Sister Jane, la direttrice, delle borse di studio per gli studenti dell'istituto. Quello che ci colpisce all'arrivo è una grande costruzione che sta crescendo affiancata alla scuola. E' la scuola professionale e siamo già molto avanti con i lavori (l'anno scorso, più o meno a quest'epoca non ne esisteva traccia.
Come ci spiega Sister Jane questo progetto è finanziato dal Governo del Meghalaya. Non tutti i ragazzi o le ragazze che iniziano la scuola hanno le capacità o la possibilità di portare a termine gli studi e così a questi si offre l'opportunità di un altro livello di istruzione: quello tecnico.

In effetti questa “scuola tecnica” c'è già, pochi metri sopra: fa parte del complesso della vecchia scuola ed, in attesa della nuova sede, continua a funzionare ma in ambienti assolutamente inidonei. Sono un paio di baracche fatiscenti, buie e malsane in cui si trovano alcuni telai di legno, qualche macchina da cucire ed altro che permettono però alle ragazze che frequentano questi corsi di realizzare dei veri e propri capolavori: scialli e dakhmande (quei pezzi di stoffa che le donne Garo utilizzano come gonna) multicolori dai disegni a volte raffinatissimi. Sicuramente questa sede verrà utilizzata per poco tempo perchè a portare avanti i lavori del nuovo centro c'è lo stesso “contractor” che ha costruito la scuola: un uomo onesto e capace, e soprattutto a controllare tutto nei minimi particolari, c'è Sister Jane, dal sorriso aperto e contagioso ma dalla grinta e dalle energie inesauribili: una vera suora-pitbull. Ed è proprio con lei che, mentre visitiamo i vari piani della scuola, parliamo della nostra iniziativa riguardante le borse di studio che permettono agli studenti migliori di ogni classe di avere come premio di fine anno, l'iscrizione gratuita all'anno successivo e la copertura di tutte le altre spese scolastiche (libri, quaderni eccetera). Avevamo proposto,l 'anno scorso che a tali benefici potessero accedere il miglior studente e la migliore studentessa di ogni classe ma Sister Jane ha corretto la nostra impostazione rivolgendo questo “grant” ai due migliori, indipendentemente dal sesso: questo perchè, come ci ha spiegato la suora, spesso i primi della classe erano tutti o maschi o femmine e l'esponente migliore dell'altro sesso si trovava parecchie lunghezze sotto e ciò non appariva giusto per chi si era impegnato di più ma per il solo fatto di non essere del sesso “giusto” perdeva questa opportunità. Non si può certo, dopo questa spiegazione, darle torto e così chiediamo di stendere una sorta di “progetto”, di “bando” riguardante questi benefici che desideriamo mantenere anche in futuro, per questi ragazzi per i quali lo studio rappresenta l'unica opportunità per uscire da una situazione di isolamento e di povertà: così si potrebbe avere, oltre alla borsa di studio per  il migliore o i migliori di ogni classe, anche altre legate però alla materia di studio; quindi una borsa per il/la migliore in matematica, una per il/la migliore in informatica ecc. Vedremo un po' che cosa partorirà la mente vulcanica di Sister Jane. Dopo una rapida visita al cantiere della scuola professionale facciamo un giretto a piedi per il villaggio di Balamagre, il villaggio dei “bambini doppi” come lo avevamo chiamato la prima volta che lo avevamo visitato nel 2004 colpiti dal fatto che quasi ogni bambino portava legato sulle spalle il fratellino più piccolo,  mentre i genitori erano al lavoro nella foresta.

E' un villaggio veramente bello, quasi interamente con costruzioni in bambù (anche se purtroppo, per lo meno dal punto di vista estetico, incominciano a spuntare qua e là tettoie in orribile ondulato), ordinatissimo e pulitissimo. Anche questa volta incontriamo solo bambini in quanto gli adulti sono riuniti in una sorta di “consiglio comunale”. Poco lontano alcune donne  preparano il pasto per i partecipanti all'assemblea.

Passiamo oltre senza disturbare e, dopo una tazza dell'immancabile thè, facciamo ritorno a Tura. Nel pomeriggio abbiamo un incontro con Mister Carmo, il segretario della Bethany Society, che si trova a Tura per guidare un gruppo di tedeschi, appartenenti ad una associazione che supporta economicamente alcuni progetti della Bethany Society, a visitare appunto questi progetti e verificarne il funzionamento.

Ha trovato comunque un po' di tempo anche per noi ed è un po' l'occasione per cono-scere questo personaggio del quale avevamo sempre sentito parlare ma che in questi cinque anni non avevamo mai avuto l'opportunità di incontrare. Chiaro, cortese, pacato, ci espone a linee generali quello che la Bethany Society fa per i disabili, i vari progetti, come quello che sta per prendere l'avvio nel villaggio di Phramer, sulle Jantia Hills e che probabilmente riceverà il nostro sostegno, ed a lui chiediamo di potere visitare, l'indomani uno di questi centri: quello di Tebrongre, ad una quindicina di chilometri da Tura. Il resto del pomeriggio è libero e ne approfittiamo per fare un giro al mercato. L'indomani è Domenica e dopo la Messa ci portiamo in macchina sino alla sommità del lebbrosario. Il lebbrosario di Tura, la “Leper Colony” o semplicemente “Colony”, occupa le pendici di una collinetta e si estende su una superficie di alcuni ettari. Una lunghissima scalinata la attraversa dal basso all'alto ed ai lati di questa “strada principale” si trovano tutte le capanne delle famiglie della Colonia. Generalmente si arriva dal basso e poi si risale lungo la gradinata ma questa volta Sister Guadalupe ha deciso per un approccio “dall'alto”. Sister Guadalupe Velasco è l'ottantaseienne suora infermiera, anima storica del lebbrosario, al quale ha dedicato la propria esistenza sin dagli inizi degli anni cinquanta, quando poco più che ventenne era arrivata in India dalla nativa Pamplona al seguito di Madre Camino, la fondatrice delle “Missionaries of Christ Jesus”. E' una vera “santa donna” che ha trascorso nel nascondimento la sua vita, al servizio dei lebbrosi, veri “ultimi fra gli ultimi” riuscendo però alla fine a vedere, per lo meno in questa zona, l'eradicazione del “morbo di Hansen” ma soprattutto riuscendo a veder cadere tutti i pregiudizi e le false credenze che facevano ghettizzare ed isolare questi malati.

La sua preoccupazione ora è non tanto la salute fisica dei “suoi” lebbrosi, per i quali sono più che sufficienti i moderni farmaci, quanto le loro condizioni di vita. Alcuni anni fa infatti, dichiarata eradicata la lebbra nelle Garo Hills, il Governo ha anche sospeso i contributi statali ai lebbrosari che avrebbero dovuto essere chiusi. Ogni eventuale nuovo caso di lebbra sarebbe dovuto essere curato nella fase acuta in ospedale e successivamente al domicilio del malato con i farmaci forniti gratuitamente dal servizio sanitario. Sicuramente una bellissima cosa: evitare la ghettizzazione e curare comunque quella che non è una “maledizione divina” ma solamente una malattia batterica curabile agevolmente con dei banalissimi farmaci. Ogni lebbroso avrebbe dovuto quindi ritornare, seguendo le terapie, nelle rispettive famiglie. Ma per tanti ospiti della “leper colony” la famiglia oramai era il lebbrosario e così Sister Guadalupe aveva ottenuto che la “colony” restasse ancora in vita per un po', almeno fino a quando fossero rimasti in vita quel  centinaio o poco più di lebbrosi che ancora la popolavano (ora sono poco meno di sessanta...). La Leper colony è rimasta aperta “in deroga” ma i contributi statali azzerati. Ed è da allora che Kal si è presa questo onere e provvede al finanziamento del lebbrosario (viveri, farmaci, indumenti, riparazione delle capanne eccetera). La promessa solenne che abbiamo fatto a Sister Guadalupe è che sino a quando la Leper colony avrà un solo ospite, avrà anche il nostro sostegno. Con Sister Guadalupe scendiamo la lunga scalinata fermandoci ogni tanto a visitare qualche capanna, come quella in cui giace, immobile nel letto, un vecchio lebbroso cieco e sordo, orrendamente mutilato e totalmente isolato dal mondo che lo circonda ma basta che Sister Guadalupe lo tocchi su una gamba perchè capisca chi lo è venuto a trovare: improvvisamente prende vita ed inizia a parlare….a parlare…. e Sisiter Guadalupe a rispondergli urlandogli nell'orecchio; sorrisi e baci,  strette di mano e carezze.

E' una scena di una bellezza strepitosa vedere e sentire il dialogo fra questi due vecchi, entrambi oramai quasi al capolinea di questo fantastico binario che è la vita.

Alla fine della gradinata c'è il padiglione sotto il quale ci stanno aspettando per il consueto benvenuto, i bambini e gli abitanti della colonia.

Nel pomeriggio con Michael, il responsabile locale della Bethany Society, andiamo a visitare il centro di Tembrongre, dove persone con varie disabilità imparano un mestiere che permetterà poi loro, una volta tornati nei villaggi di origine, di vivere e mantenere la propria famiglia. Purtroppo è domenica e la gente è tornata ai propri villaggi; inoltre Michael ha un impegno alle 16 e così la visita risulta estremamente veloce e sommaria, ben diversa da quella che avevamo effettuato, sempre con Michael come guida nel 2004 e che ci aveva lasciati veramente soddisfatti. E' la classica ciambella senza buco. A Tura abbiamo passato un paio di giorni di relativo riposo e quindi, ricaricati di energie, l'indomani affrontiamo il viaggio che ci porterà in auto sino a Guwahati e poi da qui a Bagdogra con un volo della Jet Airways, compagnia aerea indiana, un tempo fra le migliori ma  che ora  è divenuta praticamente una “low cost”  senza peraltro avere abbassato i prezzi dei biglietti...

A Bagdogra troviamo ad attenderci Sister Annfrancesca e, caricati i bagagli andiamo con lei a visitare una proprietà a Siliguri che, a suo dire, presenta tutto quanto è andata cercando in questi mesi per realizzare la nuova casa-famiglia per bambini e, magari, anche un dispensario per i poveri della città.

La ricerca è stata lunga e non facile. La città di Siliguri, a pochi chilometri dall'aeroporto di Bagdogra, ha conosciuto in questi ultimi  anni una crescita incredibile di popolazione e prezzi con il risultato che sono aumentate le quotazioni dei terreni ed anche la fascia povera della popolazione.

Qualche mese fa chi aiutava Sister Annfrancesca nella ricerca del terreno per costruire la nuova casa-famiglia, la aveva informata della possibilità di rilevare una proprietà di un Pastore protestante che voleva lasciare l'India per ritornare negli Stati Uniti dove vive una delle figlie.

Vedendo questa casa con gli annessi aveva capito che era tutto quanto cercava già bell' e pronto. Quasi un ettaro di terreno, pianeggiante ed interamente cintato da un muro in mattoni, una bella casa perfettamente in ordine (che non necessita di lavori particolari per essere abitata) di quasi duecento metri quadri di superficie al piano terra, più alcuni locali al piano superiore, una cappella già pronta, un'altra piccola costruzione proprio a fianco del cancello d'ingresso che potrebbe essere adibita a dispensario per i poveri della zona; insomma tutto quanto già pronto per potere partire con la nuova avventura. Unico ostacolo il prezzo veramente proibitivo anche se il Pastore si rendeva disponibile ad uno “sconto” vista la destinazione umanitaria cui sarebbe stato destinato il tutto. Anche noi ci innamoriamo a prima vista di questo complesso e lo vediamo già “sistemato” dalle magiche mani di Sister Annfrancesca, con altri bambini strappati ad un'esistenza grigia di stenti che saltano felici sul prato o ancora con una lunga fila di bisognosi in fila davanti a quello che potrebbe diventare un dispensario.

Insomma ce n'è più che a sufficienza per sognare ad occhi aperti. Sognare non costa nulla: cercare di realizzare i sogni costa. Decidiamo di lanciare la sfida e provarci. Lasciamo a Sister Annfrancesca e a chi la segue nelle trattative tutta la parte di contrattazione e di definizione dei tempi e dei modi del pagamento. Noi decidiamo di accollarci l'onere di cercare di finanziare per quanto più possibile questa bellissima opera.

La prima parte del finanziamento dovrà essere fatta in tempi abbastanza ristretti poichè pur di non perdere questa opportunità Sister Annfrancesca ha già versato una caparra ed in tempi brevi dovrà completare la prima “tranche”.

Per il  saldo, pur non avendolo ancora stabilito con precisione, i tempi si allungano consentendo un po' di respiro. E' tutto molto “indiano” ma è proprio questo ondeggiare nell'incerto che alza il livello di adrenalina. E l'adrenalina, si sa, rende scattanti e pronti ad agire. Salutata la moglie del Pastore, un'indiana di mezza età con il volto triste di chi  è sul punto di abbandonare la reggia in cui è vissuta sino ad ora, riprendiamo la strada alla volta di Kurseong. Sono talmente elettrizzato da tutto quanto ho appena visto e la mia mente sta già programmando e pensando a ciò che sarà bene iniziare a fare al più presto, da non accorgermi che l'autista ha imboccato la terribile e famigerata “new road” la strada che un anno e mezzo fa  aveva  letteralmente terrorizzato Teresa e me a causa dei suoi precipizi, della sua carreggiata molto stretta e la mancanza assoluta di protezioni. Ero convinto fosse ancora chiusa dopo le frane che la avevano interrotta durante la stagione monsonica ma evidentemente mi sbagliavo. Le condizioni atmosferiche però sono migliori della volta in cui Teresa ed io la avevamo percorsa, fra vento e nuvole tempestose nel dicembre del 2008 e così, quando aggirato l'ultimo costone roccioso, appaiono le prime case di Kurseong possiamo finalmente tirare un respiro di sollievo.

L'arrivo a Mary's Sanctuary è come al solito festoso, con tutti i bimbi che ci saltano addosso porgendoci i fiori e la sciarpetta di benvenuto e con l'immancabile “Welcome” scritto con i fiori davanti all'ingresso della casa. Il pomeriggio è oramai avanzato e dopo essere rimasti per un po' in compagnia dei bambini, non ci resta che sistemarci nelle nostre stanze.

Il tempo è molto nebbioso, il Kantzenkjonga non si fa vedere oramai da parecchi giorni e così, visto che le previsioni non promettono alcun cambiamento,  salta la prevista “levataccia” programmata per l'indomani per andare alla Tiger Hill a  Darjeeling per osservare la levata del sole sul Kantzenkjonga. Andremo si a Darjeeling ma ad un'ora più “decente”. La “gita” a Darjeeling si riduce, a parte la parentesi iniziale della visita al monastero Buddista di Ghoom, in una frenetica ricerca, senza esito, di un locale dove un paio di anni fa avevamo potuto acquistare dei buonissimi dolci e bere una tazza del  thè più famoso del mondo. Tanto traffico, tanto affollamento, tanto inquinamento, tanta stanchezza ed alla fine, come premio per avere sopportato  tutto ciò, il ritorno a Kurseong. Il mattino successivo attendiamo l'arrivo delle maestre e poi, con loro e con tutti i bambini (che ora hanno anche loro, come tutti gli scolari indiani la loro “uniforme”) saliamo su per il ripido viottolo, verso la “Scuola Flame of Hope”. Fallito il “gemellaggio” con la Sweet Angels school ( i dirigenti di questa scuola avevano progetti un po' troppo “faraonici” che mal si accordavano con la politica del “passo dopo passo” di Sister Annfrancesca), il vecchio stabile è stato rimodernato nelle sue parti essenziali per offrire un ambiente più salubre e luminoso.                Il locale dove inizialmente era il soggiorno e che poi era diventato l'unica aula della neonata scuola, rifatto ed isolato il pavimento di legno, è adibito ora a locale di incontro e per gli esercizi fisici. La stanza retrostante umida ed assolutamente buia che serviva da stanza da letto per i bimbi più grandi, è stata rialzata di una ventina di centimetri, creando un isolamento dall'umidità del suolo ed è stata realizzata una bellissima aula scolastica estremamente luminosa in quanto nel soffitto è stato ricavato, sacrificando il piano superiore (il sottotetto dove dormivano le suore con i bambini più piccoli) un bellissimo “finestrone” che prende luce direttamente dal tetto che è stato rifatto usando un materiale plastico trasparente.

L'altra aula è stata ricavata dal locale dove prima c'era la cappellina ed anche questa riceve luce dall'alto con il medesimo sistema.

In quella che era la “stanza degli ospiti” è stata realizzata la “computer room” dove Ciacciù-Sabrina Maria ed Akash trovano il modo di esprimere con facilità la loro incredibile capacità ed intelligenza, utilizzando tastiere speciali e computer regalati da alcuni amici italiani.

E' fantastico ed incredibile vedere ciò che con attenzioni costanti ma soprattutto con un amore ed una dedizione fuori dal comune, si può realizzare. Ed è bellissimo vedere come a questi bimbi “diversi” sia stata restituita appieno quella dignità di esseri umani  e quell'orgoglio di essere studenti esattamente come tutti gli altri che frequentano le altre scuole: pari fra pari. E tutto ciò in un ambiente spesso cieco e sordo a certe istanze, grazie alla dolcezza, alla fermezza, alla costanza, alla determinazione ed alla fede di questa piccola-grande donna polacca.

Anche gli spazi esterni sono stati riconvertiti e così l'orto, quel meraviglioso “square meter garden”, di cui tutti andavano fieri (ma ora c'è quello ben più grande al Mary's Sanctuary) è stato spianato e se ne è ricavato un campetto da basket, con i cesti a “misura di bambino”. Tutte queste modifiche non hanno avuto costi eccessivi e sono stati benissimo sopportati dal bilancio di questa bellissima comunità senza bisogno di sovvenzioni “extra”.

Terminata la visita, salutiamo i bambini con l'immancabile “arrivederci” e, caricati i bagagli sulla macchina, ci dirigiamo verso l'aeroporto di Bagdogra. Qui salutiamo Antonio e Loredana che proseguiranno il loro viaggio con una parentesi turistica in Buthan, mentre Teresa, Francesco ed io, abbracciata Sister Annfrancesca con la promessa che faremo l'impossibile per supportare il suo meraviglioso lavoro, ritorniamo nella bolgia di Calcutta. L'ultimo  appuntamento, come al solito ciliegina sulla torta, è per l'indomani mattina. Ci aspettano i bambini della scuola di Loyola, i bimbi degli slum che possono accedere ad un'istruzione decente grazie all'impegno ed alla passione delle Suore di Madre Teresa con in testa Sister Glenda, Superiora di Kalighat, che ha per questi bambini cure ed attenzioni tutte particolari. E' a lei che abbiamo chiesto di organizzare il nostro consueto “regalo” e la sua risposta è stata, come sempre, all'altezza delle aspettative. Quando arriviamo, a bordo dell'ambulanza delle suore, carica fino all'inverosimile di sacchi e scatoloni, i bambini sono ancora sopra nelle aule e cosi', assieme a Sister Anjla andiamo a suonare il “rompete le righe”. Tutti scendono con il minimo del rumore che la situazione può garantire (un modo garbato per dire con un discreto fracasso): la presenza delle suore e delle insegnanti però è sufficiente a riportare l'ordine e parte del silenzio richiesto.

Frattanto Teresa, Sister Concita e Francesco hanno iniziato ad aprire sacchi e scatoloni e a dividere il tutto per una distribuzione più facile.

Che cosa aveva macchinato Sister Glenda? A che cosa aveva pensato? Vestito nuovo e scarpe per tutti! E così inizia un po' la scena del Natale di due anni fa quando avevamo regalato a questi bimbi una tuta da ginnastica. Ora si tratta di pantaloni e camicette ma il caos che si crea con le taglie è il medesimo e il tutto viene poi complicato dalla distribuzione delle scarpe da ginnastica. E' un frenetico cercare la taglia giusta, il numero esatto e questo assorbe, visto il numero rilevante dei bambini ed il numero esiguo degli operatori (suore, insegnanti, l'autista dell'ambulanza e noi tre) un bel po' di tempo.

Rimane ora da distribuire il materiale scolastico che i ragazzi della scuola elementare di Cucciago avevano raccolto e mi avevano consegnato prima dello scorso Natale (parte era già stata consegnata a Sister Annfrancesca ed ai bimbi della scuola della “leper colony” di Tura): un’infinità di quaderni, quadernoni, pennarelli, pastelli, matite e penne e poi ancora astucci, gomme, colla, sbianchetti… una ricchezza unica per questi ragazzi abituati a fare i conti con mozziconi di matite e fogli singoli. La vista e la distribuzione di tutto questo ben di Dio aumenta la confusione e l’allegria ma alla fine l'equilibrio è raggiunto e si ricostituiscono le righe perchè... è in arrivo l'ultimo regalo.

Una gavetta ripiena di biscotti per ogni bambino!

E con questa ultima sorpresa è finita anche questa giornata per i bimbi del Loyola e l'intero viaggio per noi.

Ma la storia continua...


KAL ONLUS - Foto Diario